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5 noviembre 2018 1 05 /11 /noviembre /2018 11:18

AMUNÍ

 

Un uomo elegante, capelli impomatati, accompagnato da due amici in un'automobile, si avvicina ad una casa signorile di un paese; viene presentato ad un anziano assopito su di una sedia a dondolo nel balcone della casa, due guardie del corpo vigilano la sua siesta pomeridiana. Uno dei due amici del giovane ben pettinato sveglia dolcemente don Ciccio, gli dice che è venuto con un paesano emigrato a New York, che importa olio d'oliva in America, gli mostra la lattina con l'etichetta in inglese e gli chiede il permesso di trattare con l'emigrante. Il vecchio capo mafia locale fa cenno al giovane commerciante di avvicinarsi e gli chiede come si chiama. 

- Vito Corleone - risponde il giovanotto, l'anziano sorride,  lo sorprende il fatto che Vito per cognome si è messo il nome del paese e gli domanda: - Di chi sei figlio? - Allora Robert De Niro gli sussurra all'orecchio: - Di Antonio Andolini - Quello che anni prima don Ciccio aveva fatto ammazzare insieme ai suoi fratelli per aver osato opporsi al suo potere. E aggiunge: - Questo regalo è per voi - mentre gli affonda tutta la lama di un pugnale nel ventre tagliandolo sino al torace.

Non ricordo quante volte ho visto quel film, quella scena, una delle scene piu famose del cinema universale, moltissime comunque, e quella notte per la prima volta l'ho vista sapendo che la scena si filmò in un piccolo paese siciliano, ma non a Corleone, e che la Mafia in Sicilia è ben lontana dall'essere quella setta romantica e contestataria che il resto del mondo suppone che sia, così come crede che i pirati erano dei giustizieri. 

Ho anche imparato che la Sicilia è molto, molto di piu che mafia; siculi, sicani, romani, fenici, cartaginesi e greci, è anche ovviamente tutto questo.

La mia amica cineasta, anarchica e attivista della vita, Anna Assenza, oriunda di Vittoria, era da un po di anni che m'incoraggiava a visitare la famosa isola, sopratutto ogni volta che andavo in Italia, mi diceva « Sì, quella città è molto bella ma non sai quanto è bella la Sicilia, devi andarci e percorrerla a piedi». Mi avvertí anche di una certa somiglianza, non di linguaggio ma in quanto a forma di essere, con i cubani, Paese dove sono cresciuto e dove Anna ci ha vissuto per undici anni.

E finalmente, grazie a lei ed ai suoi due amici Peppe De Caro e Tano Melfi, da cinque anni gli organizzatori della Camminata Trasversale nel centro della Sicilia, partendo da una costa per arrivare alla costa opposta si attraversa tutta l'isola a piedi. Quest'anno ho potuto andarci, anche sia solamente 11 giorni, ed ho potuto finalmente conoscere quest'isola, musa dell'immaginario collettivo dai tempi dei tempi. 

Non sapevo nulla del progetto Antica Trasversale Sicula sino al momento in cui seppi che in pochi giorni sarei partito da Madrid per raggiungere Catania. Quello che lessi a riguardo mi riempì di entusiasmo, anche se serbavo un sospetto fugace sulle passeggiate attraverso i miei cervicali, lombari e menischi che imploravano un ricambio urgente. 

Uscito dall'aereoporto sentii che ero approdato in una terra parente della mia anima, la gente sorrideva, solamente gli stranieri andavano di fretta, mi diressi al bar per provare una porzione di pizza, che anche se di qualità “made in airport” era una prelibatezza se confrontata con la pizza del resto del mondo, e mi chiama al telefono Peppe dicendo che sta per arrivare, comparve mentre ordinavo un caffè, ci abbracciammo e salimmo in macchina ed anche se a chi legge sembrerà che esagero, quei primi minuti in cui mi trovo in un paese sono quelli che piu mi raccontano di quel paese, è il momento in cui vedo piu chiaramente gli atteggiamenti, i meccanismi, i riflessi pronti simili e diversi da quelli conosciuti, noto se si prendono cura dei propri effetti personali piu o meno del solito, se vanno di fretta o con indifferenza, se i pavimenti brillano o accettano la loro condizione di pavimenti dove cadono le cose e le scarpe sporcano, gli aromi dei condimenti o la puzza di grasso, gli odori dei profumi, i rumori, l'organizzazione, la guida disciplinata o la guida con destrezza ed autonomia dal codice stradale, mi dice di piu della idiosincrasia dei luoghi  che i vari capitoli dei manuali turistici specializzati. 

E così conoscendoci arrivammo a Vittoria, il paese di Anna, con chi, stranamente, non ci siamo mai visti in carne ed ossa, stavo per conoscere prima i suoi amici che lei, ma qualsiasi lettore appassionato di libri e di racconti sa che è possibile provare sentimenti di affetto, rispetto e familiarità con qualcuno in lontananza. Anche nella distanza del tempo, sono pochi quelli che sento come fratelli dell'anima mia come fu e come lo è Dostoievski, nella solitudine di quella cella in Siberia, ben prima della mia nascita. 

Ho conosciuto l' “arancino” vero, tutte le copie che avevo provato in vita mia non gli arrivavano nemmeno all'altezza dei talloni, e poi siamo andati a prendere Tano Melfi, il fondatore del percorso, come Peppe, un personaggio particolare, dall'animo autentico e genuino, di convinzione di libertà attaccata alla terra, lontano dai canoni richiesti dal “politicamente corretto”.

Di buon mattino, il giorno dopo, siamo andati a prendere Mauro e Tomas, altri due personaggi totali, e siamo partiti su di un furgoncino con il logo dell'Antica Trasversale Sicula in direzione Trapani da dove poi siamo salpati su di un traghetto diretto all'isola di Favignana e Levanzo accompagnati dall'ingegnere e antropologo Gianluigi Perrera, che per due giorni ci fece da guida in un viaggio da sogno per la bellezza di entrambi le isole e le ricchezze archeologiche e storiche.

Io ero stanchissimo perche non avevo dormito bene nelle due notti precedenti, e però ad ogni passo si presentava una storia da ascoltare; in Sicilia è successo di tutto, piu che a Roma, tanto che a volte, in così tanta Storia in così poco spazio e tempo, le informazioni si accavallavano in testa, mischiando navi fenicie di ancore cartaginesi in mani di architetti e saggi greci comandati da romani agli ordini di siculi.

Tutto mi sembrava famigliare ed al tempo stesso ancora piu arricchito dal nuovo amico Peppe De Caro che parlava l'italiano con gesti e musicalità propri dei siciliani. Sentir parlare italiano e portoghese brasiliano sembra star immerso in un racconto, non necessariamente una commedia però sì ai bordi di una risata permanente, una bella lingua, quasi tutte le parole terminano con la vocale, per tanto Martín spesso è Martino o Martin senza l”accento sulla “ì”, potenziando così la “a” e sfuggire al compito di menzionare quella dannata “n”, sola, priva di soggezione, di indicazioni, di biancheria intima. Però ho potuto constatare che il siciliano è molto diverso dall'italiano, “andiamo” si dice “amunì” ed ha persino parole piu simili allo spagnolo castigliano o al portoghese che alla lingua dell'Alighieri. 

 

Ma la cosa meravigliosa che cominciò a riempirmi l'anima, per una persona come me che lavora in solitario piu di quanto vorrebbe ammettere, fu il sentimento di tribù, di appartenenza, in soli due giorni avevo la sensazione di conoscerci dai tempi dei tempi, percepivo che la piu grande ricchezza della camminata che mi aspettavo era precisamente quello, andare oltre la bellezza, oltre l'importanza della Storia del mondo Occidentale che ebbe quell'isola situata tra i mondi antichi, come lo fu Cuba molti secoli piu tardi, per la sua posizione strategica, la sua bellezza e sensualità.   

Levanzo custodisce la grotta del Genovese, un luogo che si raggiunge attraversando l'isola a piedi e dove si conservano pitture rupestri neolitiche simili a quelle di Atapuerca a Burgos, in Spagna. Ciò dà l'idea dell'assurdità che comporta essere nazionalisti, poichè, nel migliore dei casi, siamo un miscuglio di tutto ciò che ci ha preceduto, un pot-pourri di ogni costume e di ogni formazione, il risultato delle gioie, della felicità, dell'unione di questi popoli antichi; del loro odio non ci è stato tramandato nulla, siamo arrivati sin qui grazie alla fiducia reciproca tra le genti.

Tutte e due le isolette le ho visitate accompagnato dalle risate con Vincenzo, Tomas, tutti i Giuseppe e Adriana, un'architetto di Palermo con la quale non riuscivo a smettere di ridere per le sue maniere, per il suo senso dell'humor e per quel tono tutto suo di parlare. Poi abbiamo dormito a casa dell'artista Momò Calascibetta, dove siamo stati ossequiati con un banchetto di cibo, di amicizia, calore umano e la bellezza del suo lavoro sia pittorico che architettonico; siamo stati chiamati da un programma radiofonico molto ascoltato e tra De Caro ed io spiegammo le linee guida della camminata.

Sino ad ora non avevo ancora dormito nella tenda e nel sacco a pelo che gentilmente mi aveva prestato Claudio Lo Forte, la verità è che non ero abituato a dormire su di un terreno duro, cosa che il giorno dopo avrei constatato poichè iniziava la “camminata” ufficialmente, con tanto di stampa e le autorità dell'isoletta di Mozia che riuniva, pigiata, tanta Storia quanto quantità di zanzare.

Una bellezza gia dalla partenza in barca, la quale avvenne con due ore di ritardo, caratteristica che mi indusse a ridere ed a riflettere molto, a ri- apprendere a rallegrarmi per come i siciliani intendono il tempo, in modo molto simile ai cubani, ma con piu licenze e forse con un latente sostegno  filosofico teorico piu profondo, forse prodotto della saggezza di migliaia di anni, di numerose culture di occupazione, di colonizzazione, di espropriazione e contributi in termini di pazienza e una ben appresa tradizione di cospirazione; all'inizio può risultare scomodo, però fino a quando non ti senti a tuo agio, allora diventa incredibile, il tempo là è per la vita, non per l'angoscia.

La cronologia del viaggio è il minimo, l'humus interiore che dona è il più importante, sia per la vista dei bei paesi,  dei paesaggi, sia per le persone con le quali ti imbatti durante il cammino, come tutti quelli che  ci hanno accolto con uno sforzo e una brillante energia positiva, tale che l'amico ambulante belga Eugene, mi confidò che era allucinato perche mai e poi mai in Belgio avremmo ricevuto tali ricevimenti, "o in qualsiasi posto che ho conosciuto finora" risposi a mia volta.

Ci siamo immersi in sorgenti calde che vengono usate da tremila anni, abbiamo goduto di templi elimy, greci, romani, città da sogno, piccole chiese, vergini miracolose, cibi ancora più miracolosi, le cantine di Vincenzo Fazio, dove il proprietario e sua moglie, che hanno camminato con noi, ci hanno trattato come re e siamo rimasti amici per sempre, questa gola che non permette più il passaggio dell'alcol però ha preso atto dell'aroma dei vini che Fazio ci ha regalato, tesoro liquido, le serate erano impregnate di discorsi, canzoni, ci hanno ricevuto all'inaugurazione di un albergo ristrutturato con una notte di eventi festivi, canti tipici siciliani, mi sono innamorato di uno: "Si Maritau Rosa", mi hanno ricevuto a casa loro Simonetta, Momò, Maria, Peppe, Davide, Luisa e con la loro gentilezza così tante persone che mi sembra ancora come un sogno breve ma intenso.

C'era un capitolo per cani e gatti. In quei giorni ci accompagnavano un po di cani, il campione di tutti i campioni, Pitu, un cane coraggioso saggio e molto vivace senza razza nè legge,  Christian, un camminante silenzioso, tranquillo, del nord Italia, Nina, una cagnolina stupenda, e la simpatica e carina Rose Lyne, che quasi muore ma che grazie all'amore ed all'arrivo di una bottiglia d'acqua con bicarbonato di sodio per farla vomitare si riprese alla grande, Duca, il pastore di Olga, Olga sì, è di Corleone, non come don Vito, un cane pastore che durante il cammino di quei giorni accanto a noi non abbaiò nemmeno una volta. 

I gatti sono liberi, i gatti sono come fantasmi felini.

Nei giorni della passeggiata ha avuto luogo la commemorazione del 9 di ottobre, giorno dell'omicidio di mio zio Ernesto Guevara a Vallegrande, in Bolivia.  

Mi hanno invitato durante quell'intero giorno a un tour di cui mi è rimasto impresso nella memoria la lotta di un essere siciliano eccezionale, Peppino Impastato e l'energia della nipote Luisa Impastato che mantiene viva la memoria e la lotta di suo zio e sua nonna che lottarono per un mondo migliore, che a quel tempo significava porsi contro ad una spietata mafia, più che sposata al potere, era il potere stesso, una mafia che si rubò vite inestimabili come quelle dei giudici Falcone e Borsellino. Maria, di un paese che si chiama Vita, una donna così gentile quanto instancabile, è alla guida dell'associazione Pro Loco nella zona, e tra lei e la cara Agostina hanno organizzato la giornata che è iniziata con una visita nella casa dove vivevano Peppino Impastato e sua madre, un museo memoriale che a differenza di altri musei è ancora vivo, riunendo i giovani valori del quartiere, di paese, della zona e di tutta la Sicilia, così come agli ex compagni di lotta di Peppino, sia quelli della radio che tutti i militanti dell'antimafia. 

 

Sono stato accolto da Luisa, una creatura divina di grande tenerezza e al tempo stesso di una forza e fierezza interiore che si intuiscono, c'erano i compagni di Peppino, un argentino che fungeva da traduttore per le parole che non conosco e che non assomigliano al castigliano, prima di tutto ho chiarito che non condivido le idee di Castro e dell'URSS, per ragioni che non era il caso di spiegare in quel frangente, ma che comunque mi commuovo per quelli che osavano essere comunisti in una situazione così avversa come quella di quegli anni, e grazie alla sincerità iniziale abbiamo instaurato un dibattito aperto e diafano.

Mi accomiatai dagli occhi azzurro intenso di Luisa e siamo andati a Palermo con due studenti universitari per prendere anche due colleghe, tutti studenti di medicina provenienti da diverse parti d'Italia, che mi hanno portato in giro per la città e da lì siamo andati all'evento di Salemi il quale è stato molto emozionante, dove ancora una volta spiegai che anche se non condividevo le idee e la militanza ammiravo la coerenza di tutti loro. La giornata terminò con una bella mangiata di pizze deliziose e la notte a dormire a casa della famiglia di Maria.

Forse non lo sanno, ma per me è stata una giornata molto speciale, mi hanno sempre disgustato le figure iconografiche e gli idoli che emanano l'obbligo di essere come il Che, di essere un comunista, perche sono stato testimone del gran tradimento di quegli ideali,  pertanto mi prodigo di piu nella critica, piuttosto che rivolgermi a un pubblico simpatizzante comunista; tuttavia tra quelle persone umili, dalla pellaccia dura formati nella lotta, nella solidarietà, persone con valori, mi sentivo in una famiglia etica, una famiglia affettuosa. In Sicilia molte cose sono al contrario, non solo la percezione su Garibaldi, gli italiani dicono che nella punta di Trapani finisce l'Italia, ma seppi che in realtà è da lì che inizia.

Lasciai la Sicilia ad appena una settimana della Camminata Trasversale, che dura piu di quaranta giorni con piu di seicentocinquanta chilometri e trentasette tappe, ma sono partito con il cuore ricolmo di emozioni, il taschino nel petto stracolmo di amici, da Mimma a Vincenzo, da Peppe a Maria, da Angelo a Gaetano, sorrisi, molti sorrisi, serenità dell'anima ed incredibilmente, come dissi a Peppe, un miglioramento alla schiena e alla cervicale, sono andato via con la voglia di non andare ma di tornare, con il desiderio che nella vita, nelle città, intorno a me sia sempre coronato da quella soddisfazione, da quei piccoli dettagli affettuosi per la terra, per il mare, per gli altri e per le cose semplici, pur rimanendo amante delle comodità di un buon sofà non dimenticherò mai quando camminando nel bel mezzo del giorno sotto un sole impietoso arrivammo finalmente in un tratto di strada all'ombra e al poggiare il primo piede sotto quella, la sensazione di piacere, di divertimento, di festa, di gioia che mi sopraffaceva, mi sembravano paragonabili al miglior banchetto, una semplice ombra, ma con alcuni vantaggi, era gratis, salutare e condivisa con i miei simili.

 

Traducción al italiano de Anna Assenza

 

 

 

 

Partiendo de Mozia, en casa de Peppino Impastato con su sobrina Luisa y foto de grupo de caminantes.
Partiendo de Mozia, en casa de Peppino Impastato con su sobrina Luisa y foto de grupo de caminantes.
Partiendo de Mozia, en casa de Peppino Impastato con su sobrina Luisa y foto de grupo de caminantes.

Partiendo de Mozia, en casa de Peppino Impastato con su sobrina Luisa y foto de grupo de caminantes.

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Published by martinguevara - en Europa Aorta Relax
29 octubre 2018 1 29 /10 /octubre /2018 14:44

 

 

Inferir que en Latinoamérica la corrupción se desató con el “bolivarianismo” más que un gazapo es un crimen, es el continente armado por el esclavismo sin otra relación de producción desde el arribo de europeos, incluso en las civilizaciones de pueblos originarios como en Yucatán y en Cuzco y por ende de corrupción al máximo nivel desde su inicio, con millones de esclavos llevados desde otro continente, un pasado marcado casi exclusivamente por la avaricia; pero con algo bueno: no demasiado pasado. 


Después de eso, todo cambió en forma de conatos de Independencias que fueron reacciones de las familias patricias del poder hartas de una Metrópoli empobrecida, para entregar el continente a Inglaterra o a EEUU, con la excepción de unos cuantos valientes y bien intencionados visionarios, que como suele ocurrir en todos los procesos independentistas, no fueron los triunfantes sino los marginales.


Sólo en Brasil cambia un poco la cosa porque la corona portuguesa con toda su corte se trasladó allí, durante unos años los nobles Portugal vivían en Brasil y desde allí mandaban, pero los cimientos fueron los mismos, incluso los esclavos africanos que llegaron a San Salvador de Bahía eran congos, carabalíes y lucumíes al igual que en Cuba y en las colonias del Caribe.

En el siglo XX América se fue de viaje a un nuevo tipo de sociedad y de explotación más moderna, menos bárbara, pero no llegó nunca al capitalismo, y aún se anda buscando la democracia, tan fallida por tres razones, la corrupción, la violencia y el clientelismo y atraso, la pobreza es producto de todo esto, pero no tenemos las rémoras tradicionalistas de África, ni Asia, ni siquiera las de Europa; en América hay ideas nuevas, hay energía transformadora, hay atrevimiento, hay raíces podridas pero no de miles de años, hay movilidad, y así como la pobreza oscila más de lo recomendable, también hay ricos nuevos, quizás debamos agarrarnos a estas y otras arcillas positivas para poder amasar, tornear y dar brillo a nuevos paradigmas.


El fenómeno de elegir candidatos que no provengan de la política para dirigir los destinos de los países, está cundiendo en los pueblos del mundo, entre los más famosos empezó Fox, aunque él resultó bastante más serio que sus sucesores, no obstante la corrupción se profundizó en su mandato, luego Berlusconi del que sobran palabras, Trump, Macri y ahora este fenómeno que lleva años en la política pro con un discurso anti sistema, sensiblemente peligroso más emparentado al del extremista presidente de Filipinas Rodrigo Duterte, que a los populistas al uso.


Estos candidatos alejados de todo lo que huele a convencional en la política, son elegidos contra la política en general, hay que recordar la paliza que Trump, siendo un bruto sin brillo, le dio a verdaderas luminarias dentro del Partido Republicano, este fenómeno es contra la democracia no en contra de uno u otro partido político.


Es un fenómeno que nos habla también de cierto hastío de la superioridad intelectual de los mesiánicos  iluminados, no sólo en términos tradicionales de derecha izquierda, sino también una respuesta a cambios vertiginosos de idiosincrasia, valores y conductas socialmente aceptadas de repente o de súbito rechazadas, un ataque que sienten las personas con menor agilidad para acompañar los significativos cambios de relaciones sociales, que más que excéntricos los viven como agobiantes.
Habrá que pararse al borde de la zanja, arremangarse la camisa y entrar al tajo a trabajar si queremos que esos "brutos, imberbes y cafres" que conforman la masa social, trabajadora, marginal, empresarial, profesional a los que debemos iluminar, vuelvan a encontrar atractivas nuestras más humildes ocurrencias.

 

Para lo cual bien podríamos comenzar por valorar nuevos paradigmas, considerar nuevos niveles de conciencia civica, escapar de los antagonismos izquierda derecha y construir un nuevo espacio de encuentro, ni de centro ni equidistante entre los extremos que forman el partido clásico de la politica en el último siglo y medio, sino distinto, nacido de una lectura minuciosa y desprovista de prejuicios de las socciedades de hoy en día, en las cuales, ser proletario sindicalizado y con trabajo fijo, no representa más pertenecer a la clase social más baja si a una capa muy por encima de las menos favorecidas, las marginales, desempleadas, lumpen, nómades vagando entre depósitos de residuos del proletariado.

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Published by martinguevara
28 octubre 2018 7 28 /10 /octubre /2018 15:03

Llega un hombre peinado a la gomina y bien trajeado, acompañado de dos amigos en un automóvil a una casona señorial de un pueblo, es presentado a un anciano que dormita en un balancín de un balcón de la casona, dos guardaespaldas velan por su descanso. Uno de los amigos del joven bien peinado despierta con cautela a Don Ciccio, le dice que lo acompaña uno nacido en el pueblo pero emigrado a Nueva York, que importa aceite de oliva desde EEUU, le enseña la lata con las inscripciones en inglés y le pide permiso para negociar con el emigrado. El viejo jefe de la Mafia local,  le le indica al nuevo comerciante que se acerque y le pregunta el nombre:


-Vito Corleone- responde el joven, el anciano sonríe ante la ocurrencia de ponerse como apellido el nombre del pueblo, y le pregunta -¿hijo de quien eres? Y entonces Robert de Niro, le dice al oído el nombre del padre: Antonio Andolini, a quien años atrás Ciccio había mandado a matar junto a sus hermanos por oponerse a su poder,  y acto seguido le dice:- este regalo es para usted- rajándole el torso desde la barriga hasta el pecho con un puñal y hundiéndoselo hasta el mango.

No recuerdo cuantas veces puedo haber visto esa película, esa escena, una de las cimas del cine universal, pero fueron muchas y esa noche por primera vez la vi sabiendo que la escena se filmó en un pueblo de Sicilia pero no en Corleone, y que la Mafia en Sicilia dista mucho de ser esa secta romántica y contestataria que supone el mismo resto del mundo que también imagina a los piratas como justicieros.

También aprendí que Sicilia es mucho, muchísimo más que Mafia, sículos, secanos, romanos, fenicios, cartagineses y griegos, aunque por supuesto también es todo eso.

Mi amiga cineasta, anarquista, y activista de la vida, Anna Assenza, natural de Vittoria llevaba unos años animándome a visitar la famosa isla, sobre todo cada vez que iba a Italia, me decía, "sí tal ciudad es muy linda, pero no sabes lo bella que es Sicilia tiens que ir y recorrerla a pie", también me había advertido aunque no con palabras sino con una forma de ser, que los sicilianos guardan ciertas similitudes con los cubanos, país en que me crié y donde Anna vivió once años, para luego radicarse en Costa Rica.

Al fin se dio la posibilidad de recorrerla gracias a Anna y sus amigos Peppe de Caro y Tano Melfi, organizadores desde hace un lustro del camino transversal por el centro de Sicilia a pie, saliendo de una costa y llegando a la opuesta atravesando toda la isla. Este año podía ir, tan sólo once días pero podía finalmente conocer esa isla, musa del imaginario colectivo desde el principio de los tiempos .

 

No sabía mucho del proyecto Antica Trasversale Sicula hasta el momento en que supe que iría desde Madrid a Catania en pocos días. Lo que leí al respecto me llenó de ilusión, aunque guardaba un recelo escurridizo a lo de ls caminatas por mis cervicales, lumbares y meniscos que llevan un tiempo implorando un recambio urgente.

 

Ya en el aeropuerto, al salir, sentí que estaba en una tierra pariente de mi alma, la gente sonreía, sólo andaban con prisa los foráneos, me acerqué al bar a probar una porción de pizza, que aunque fuese de calidad "made in airport" era un manjar llegando del resto del mundo, y me llamó al teléfono Peppe diciendo que estaba llegando, cuando iba a pedir el café, apareció, nos dimos un abrazo subimos al automóvil y aunque al lector le parezca exagerado, esos primeros minutos que paso en un país son los que más me dicen del país, es cuando veo con más claridad las actitudes, los mecanismos, los reflejos similares y diferentes a los conocidos, noto si cuidan sus pertenencias más o menos de lo habitual, si andan con prisa o con displicencia, si los suelos brillan o aceptan su condición de suelos, donde las cosas caen y los zapatos ensucian, los aromas a condimentos o los hedores a grasa, los olores de los perfumes, la moda, los ruidos, la organización y disciplina o la destreza y autonomía en aplicar las leyes de los conductores, habla más de la idiosincrasia que varios capítulos de una guía especializada.

Todo me parecía familiar y a la vez más enriquecido por ese nuevo amigo Peppe De Caro que hablaba el italiano con gestos y musicalidad en la lengua propia de los sicilianos. Escuchar hablar italiano y portugués brasileño, parece estar inmerso en un cuento, no necesariamente una comedia pero sí en el borde de la sonrisa permanente, una lengua bella, casi todas las palabras acabadas en vocal, por lo cual Martín a menudo es Martino o Martin sin el acento en la í, para poder acentuar la “a” y escapar a la tarea de mencionar esa maldita N final, sola, desprovista de sujeción, de indicaciones, de ropa interior.

Pero también empecé a saber que el siciliano es bastante diferente al italiano, "vámonos" se dice "Amuní" e incluso tiene palabras más parecidas al castellano o al portugués que a la lengua de Alighieri.

Y así conociéndonos llegamos a Vittoria, la ciudad de Anna, con quien curiosamente nunca hemos tenido un encuentro de carne y hueso, estaba conociendo primero a sus amigos que a ella, pero todo lector apasionado de libros e historias, sabe que se puede experimentar  sentimientos de cariño, respeto y familiaridad con alguien en la lejanía e incluso en la distancia en el tiempo, pocos son tan mis hermanos del alma como lo fue y es Dostoievski, en la soledad de aquella celda en la Siberia, bastante antes de mi nacimiento.

Conocí el verdadero “arancino”, todas las copias que había probado en mi vida no le llegaban ni a los talones, luego pasamos a recoger a Tano Melfi el fundador de la ruta, al igual que Peppe, un personaje particular, de expresión genuina desde el alma, de convicción de libertad pegada a la tierra, alejada de los cánones que exige la corrección política.

A la madrugada siguiente  recogimos a Mauro y Tomas, otros dos personajes totales, y salimos en la furgoneta con el logotipo de la lechuza de la Antica Trasversale Sicula hacia Trapani, desde donde zarpamos en un ferry a la isla de Favignana y la de Levanzo, de mano del ingeniero y antropólogo  Gianluiggi Pirrera quien nos hizo durante dos días un recorrido de ensueño, por la belleza de ambas islas y por sus riquezas arqueológicas e históricas. Yo estaba reventado porque no había dormido bien en dos noches pero cada paso que dábamos tenía una historia que atender, en Sicilia puede ocurrir más que en la propia Roma, que a veces haya tanta historia en tan poco espacio y tiempo que la información se atiborre en la cabeza mezclando barcos fenicios de anclas cartaginesas manejados por arquitectos y sabios griegos comandados por romanos a las órdenes de sículos.

Pero lo más bello que se me empezó a acumular en el alma, para una persona que trabaja en más soledad de la que le gustaría admitir, fue la sensación de tribu, de pertenencia, en sólo dos días sentí que nos conocíamos desde un tiempo sin medición cronológica, percibía que la mayor riqueza del camino que esperaba era precisamente esa, más allá de la belleza, de la importancia para la Historia del el mundo Occidental que tuvo esa isla situada entre los mundos antiguos y tan deseada como lo fue Cuba unos cuantos siglos más tarde, por su uboicación estratégica, su belleza y sensualidad.

Levanzo atesora la gruta del Genovés, un sitio al que se llega atravesando la isla a pie y donde se conservan pinturas rupestres del neolítico emparentadas con las de Altamira en Cantabria, España. Eso da la idea del disparate que significa ser nacionalista, ya que, en el mejor de los casos,  somos una mezcla de todo lo que nos precedió, un potpurrí de cada costumbre y de cada aprendizaje, el resultado de sus alegrías, de sus felicidades , de sus compañerismos; de sus odios no nos fue legado nada, llegamos aquí gracias a la confianza de una persona en la otra.

Ambas islas las conocí acompañado de las risas con Vincenzo, Tomas, todos los Giuseppe y Adriana, una arquitecta de Palermo con quien no podía parar de reírme, por sus ocurrencias, por su sentido del humor y por ese tono tan suyo al hablar. Luego dormimos en la residencia del artista plástico Momò Calascibetta, donde fuimos agasajados con un banquete de alimentos, de amistad y calor humano, y de belleza de su obra tanto pictórica como arquitectónica, nos llamaron desde un programa de radio muy escuchado y entre De Caro y yo les dimos las pautas de la caminata.

Llegado a este punto aún no había dormido en la casa de campaña y en la bolsa de dormir que gentilmente me prestó Claudio Lo Forte, la verdad es que estaba desacostumbrado a dormir sobre suelo duro, cosa que al día siguiente empezaría a entender cuando oficialmente arrancaba la caminata, con la prensa  y las autoridades desde el islote de Mozia, que reunía, apretujada, tanta Historia como cantidad de mosquitos.

Una belleza desde la misma partida en lancha, dos horas después de lo pactado, característica esta que me llevó a reír y a reflexionar mucho, a re-aprender a disfrutar cómo entienden el tiempo los sicilianos, de manera muy similar a los cubanos, pero aún con más licencias y acaso con un subyacente sustento teórico filosófico de mayor profundidad,  producto acaso de la sabiduría de miles de años, de numerosas culturas de ocupación, de colonización, de expropiación y de aportes en materia de paciencia y una bien aprendida tradición de conspiración; pero al principio puede resultar poco cómodo hasta que al acomodarse uno se convierte en alucinante, el tiempo allí es para la vida, no para la angustia.   

La cronología del viaje es lo de menos, el poso interior que deja es lo más importante, tanto en la valoración de los pueblos bellos, los paisajes, las personas que se cruzan en el camino, como todos aquellos que nos recibieron con un esfuerzo y energía positiva brillante, tal que el amigo caminante belga Eugene, me reveló que estaba alucinado porque jamás en Bélgica nos harían tales recibimientos, “ni en ningún lugar que hasta ahora conozco” le respondí a mi vez.

Nos bañamos en termas que se usan hace tres mil años, disfrutamos de templos elimios, griegos, romanos, pueblos de ensueño, iglesias pequeñas, vírgenes milagrosas, comidas más milagrosas aún, las bodegas de Vincenzo Fazio, donde su propietario y su esposa que también caminaron con nosotros nos trataron como reyes y quedaron como amigos para siempre, esta garganta que ya no permite el paso de alcohol sin embargo tomó nota del aroma de los caldos que nos regaló Fazio, tesoro liquido, las noches eran de charlas, canciones, nos recibieron en hotel refaccionado con una noche de actos festivos, canciones típicas sicilianas, me enamoré de una: “Si Maritau Rosa”, me recibieron en sus casas Simonetta, Momó, María, Peppe, Davide, Luisa y en sus amabilidades tanta gente que me resulta aún como un breve pero intenso sueño.

 

Hubo un capitulo para perros y gatos, tres perros caminaron esos días con nosotros el campeón de todos los campeones Pitu, un valiente sabio y vivísimo perro sin raza ni ley, de Christian un caminante silencioso, tranquilo, del norte de Italia, Nina, una preciosa perrita de la simpática y linda Rose Lyne, que por poco se nos va y entre el cariño y la llegada a tiempo de una botella de agua con bicarbonato de sodio para hacerla vomitar, salió adelante, y Duca, el pastor de Olga, Olga sí es de Corleone no como don Vito, un pastor que en todos los días que caminó con nosotros no ladró ni una vez. Los gatos son libres, los gatos se acercan al fantasma gatuno.

 

Entre los días de la caminata tuvo lugar un acto en conmemoración por el 9 de octubre, día del asesinato en Vallegrande de mi tío Ernesto Guevara. Me invitaron durante toda esa jornada a hacer un recorrido del que me quedé con la impronta de la lucha de un ser excepcional de Sicilia, Peppino Impastato y con la energía de su sobrina Luisa Impastato que mantiene viva la memoria y la lucha de su tío que fue asesindo de manera bestil por un mafioso del propio barrio, y se su abuela qu no cedió ante la tradición de guardarle luto al hijo en sielncio, sino que no cesó su lucha hasta que el asesino fue condenado y la historia conocida en el mundo entero,  luchadores por un mundo mejor, lo cual en aquella época implicaba situarse frente a una Mafia despiadada, que más que casada con el poder, era poder en sí misma, una Mafia que se cobró vidas valiosísimas como también las de los jueces Falcone y Borsellino. María, de un pueblo llamado Vita, mujer tan amable como incansable lleva la asociación Pro Loco de la zona, y entre ella y la querida Agostina organizaron la jornada que arrancó con una visita a  la casa donde vivió Peppino Impastato y su madre, un museo memorial que al revés de otros museos continúa vivo, reuniendo los jóvenes valores del barrio, de pueblo, de la zona y de toda Sicilia, así como a los ex compañeros de Peppino, tanto de la radio como en su militancia anti mafia. Me recibió Luisa, una criatura divina de una gran ternura a la vez que de una fuerza y fiereza interior que se le intuye, estaban los compañeros de Peppino, un argentino que me hizo de traductor para las palabras que no me sé y que no se parecen al castellano, ante todo les aclaré que no comparto las ideas de Castro y de la URSS, por motivos que no venían al caso explicar, pero que me conmovía la gente que se atrevía a ser comunista en una situación tan adversa como en la de aquellos años,  y gracias a la sinceridad inicial, tuvimos una charla abierta y diáfana.

Me despedí de los ojos de Luisa  y fuimos a Palermo con dos universitarios a a recoger a dos amigas suyas universitarias también, todos estudiantes de medicina de distintas partes de Italia, que me dieron un paseo por  Palermo y de ahí fuimos al acto en Salemi, que fue muy emotivo, donde nuevamente dije que aunque no compartía las ideas y militancia admiraba la coherencia de todos ellos. La noche terminó comiendo unas pizzas exquisitas, y yendo a dormir a la casa de la familia de María.

Quizás no lo sepan, pero para mi fue un día muy especial, porque llevo toda la vida reñido con las figuras y los tótems emanados de  la obligación de ser como el Che, de ser comunista y fui testigo toda la gran traición a esos ideales, por lo cual me prodigo más en criticar aqullo, que en dirigirme a una audiencia simpatizante del comunismo; sin embargo entre esa gente humilde, de verdaderos callos formados en la lucha, en la solidaridad, gente de valores, me sentí en una familia ética, familia de afecto. En Siclia muchas cosas son al revés, no sólo la percepción sobre Garibaldi, los italianos dicen que en la punta de Trapani termina Italia, pero supe que en realidad, es ahí donde comienza.

 

Me marché de Sicilia a la semana de empezada la Travesía, que dura más de cuarenta días, con más de seiscientos cincuenta kilómetros y treinta y siete etapas, pero me fui con el corazón lleno de emociones, el bolsillo del pecho lleno de amigos, desde Mimma a Vincenzo, de Peppe a María, de Angelo a Gaetano, sonrisas, muchas risas, tranquilidad del alma, e increíblemente como le comenté a Peppe, una mejoría de la espalda y de las cervicales, me fui con ganas de no irme, de volver, de que cada día en la vida en las ciudades, en mi alrededor sea vea coronada de esa satisfacción, de esos pequeños detalles de afecto por la tierra, por el mar, por las demás personas, y por las cosas simples, aunque siga siendo sibarita de la comodidad de un buen sofá, nunca olvidaré, como cuando tras caminar media jornada bajo un sol impiadoso, llegamos un trozo de doscientos metros del camino sombreado y al poner el primer pie bajo la sombra, la sensación de placer, de agasajo, de festividad, de gozo que me embargó, se me antojó comparable al mejor de los banquetes, una simple sombra, pero con algunas ventajas, era gratis, saludable, y compartida con mis semejantes.

Antica Trasversale Sicula, 1) parte del grupo en Vita, 2) en la Casa de Peppino Impastato, con Luisa Impastato, y el primer día camino a Mozia
Antica Trasversale Sicula, 1) parte del grupo en Vita, 2) en la Casa de Peppino Impastato, con Luisa Impastato, y el primer día camino a Mozia
Antica Trasversale Sicula, 1) parte del grupo en Vita, 2) en la Casa de Peppino Impastato, con Luisa Impastato, y el primer día camino a Mozia

Antica Trasversale Sicula, 1) parte del grupo en Vita, 2) en la Casa de Peppino Impastato, con Luisa Impastato, y el primer día camino a Mozia

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Published by martinguevara - en Europa Aorta Relax
18 octubre 2018 4 18 /10 /octubre /2018 15:53

 

 

 

 
 

 

 

       Reflexión de mi hijo Martín 

 

Tenemos un gran problema, y a pesar de su evidencia, nuestro esfuerzo por resolverlo está siendo escaso. En la sociedad moderna consumir es imprescindible, es la forma en que obtenemos algunos de los recursos que necesitamos para sobrevivir, productos que mantienen nuestra higiene, otros que nos sirven de herramienta en el ámbito académico y laboral y finalmente están aquellos a los que sabemos que podríamos renunciar en gran parte, y que aún así no hacemos más que acrecentar su consumo. Efectivamente, me refiero a todos esos artículos de moda, toda esa comida que compramos para que no falte o ese juguete que quería el niño por Navidades, nos hemos habituado a consumir mucho más de lo que podemos tan siquiera utilizar y por eso acabamos tirando tantos de estos productos, derrochando dinero y bienes muy limitados a los que muchos no pueden acceder y les son de vital importancia.

Tristemente, hemos llegado al punto en el que consumir es más importante que ayudar a nuestros iguales.

Sin embargo, y como la esperanza es lo último que se pierde, confío en que en los próximos años nuestra conciencia pueda llegar a ser superior a nuestros impulsos y ansias de obtener el placer inmediato. Confío en que, aun viviendo en una economía de mercado que por naturaleza elude a la ética, aún así redescubramos la solidaridad y nos responsabilicemos de nuestros excesos.

Si éste u otros cambios mejores no se diesen en un futuro próximo, creo que de forma irreversible nos dirigiremos hacia un colapso en nuestro sistema y ambiente, que está siendo otro de los grandes afectados por nuestra ausencia de autocontrol. Entonces sí enfrentaremos una situación horrible y caótica, una total distopía. 

 

 

 

 

 

Distopía

Distopía

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Published by martinguevara - en Relax
20 septiembre 2018 4 20 /09 /septiembre /2018 13:29

Me dio asma, abrí el cajón de la cómoda y había toda suerte de medicinas para aliviarla.
Me dieron ganas de ir al baño y sólo tuve que encender la luz, había jabones, toallas, espejos, ventanas y un suelo desde el cual poder saltar al vacío. Fuera del inodoro.
Me dio hambre y abrí la puerta de la cocina, la puerta de la nevera, la puerta del armario, la ventana y un bote de miel de una abeja sola, grande, gorda, inflada, tremebunda, que quedó flaquita, escueta, esmirriada, tras cagar todo la miel dentro de mi bote.
Me entró el sueño, ojo, no me dio sueño sino que me entró, así dicen los españoles, y con el sueño creo que es más así que con el asma, que también dicen "me entró el asma" sin embargo creo que el asma "da" sin embargo el sueño "entra" porque anda por aire, va de tendón en tendón, de bostezo en bostezo salta de un Pepe a una Uma, de un John a Luigi a una Li y a un Shakura, le da la vuelta al mundo y no para de entrar y salir. Bueno me entró el sueño y me tumbé en mi cama doble, de colchón más o menos cómodo, de los menos si se compara con los más, me tapé con mi edredón violeta, que del otro lado es lila, dos mujeres, dos amantes para una cama, Violeta y Lila o mejor Lille, una francesa. Sin sábana, con calcetines, acuclillado de lado y me dormí.
Me dio risa pero justo me llegó el recuerdo de cuando no tenía nada, porque me llamaron pidiéndome que me calle, que no hable, que me ahogue, que me reconvierta en aquel caracol, en aquella oruga, en aquel trozo de pelusa que no salía del rincón. 
No pudo salir la risa, pero sí pude acordarme de cuando no tenía nada, de cuando me fui hundiendo de a poco, de a poco o de a mucho, de a muchísimo, con un ritmo vertiginoso pero de a poco, rompiendo cada copa fina de mi vitrina pero muy lentamente, con estruendos, cimbronazos, explosiones, pero en cámara lenta, sin cámara, sin lentes, sin suavidad muy suavemente. 
Recordé mi ese, mi ese yo ahí tirado, mirando hacia cualquier lado, lascivo escapando en cada eyaculación, en cada pezón, mi yo aterrorizado, mi yo envalentonado, ese que se reía ese que no lloraba jamás, que tragaba adoquines yunques y ácido, hecto litros de ácido. Recordé aquel deambular sin bolso, de una casa a otra, de una habitación a otra, entrando a los botiquines de los baños a beberme el alcohol de la farmacia mezclado con agua y un poco de café, sin aspirina, sin hervir el agua como hacía antaño, reduciendo alcohol de botiquines, como quien entra al baño para darse un tirito pero de alcohol, y cada vez salía más risueño, mas colocado de pedo ¿qué ha sido? ha sido un pedo.
Vi a ese tirado en las calles, entre plantas, entre matorrales, con el dinero en los calzoncillos, con las llaves y el documento en los huevos, los huevos en el calzoncillo, vaya virgen santa, que calzoncillos y que huevos, y que documento y que poca plata y casi nada de llaves. Nada de llaves. nada de plata, y los huevos para nada.
Lo vi deambulando sin calzoncillos, sin huevos, sin plata con zapatos rotos, ampollas en los pies, sin automóvil, ni taxi, ni boleto de colectivo, ni hombro amigo, sin la más mínima ristra, traza, hebra, tizne de cariño, nadie lo quería a ese del sueño, del suelo, al que le entraba el miedo y no el sueño, porque no podía dormir en un banco de la calle, porque no tenía callos en el alma del hollín, porque no sabía apuñalar ni aguantar una paliza, el que era un trapo olvidado, ni víctima ni victimario, que pudo haber sido terrible, pero aguantó en el cráter del volcán, que nunca robó, nunca mató, nunca hirió, nunca meó los zapatos ni cagó la cabeza de los demás, con el calzoncillo en los documentos y la plata en la bragueta ¿Que llaves? ¿Qué plata? ¿Qué cariño de quién? 

Decían que era un perro rabioso, maltratado, sediento de amor.

Pero era un gato cazando pompas errantes, como sueños de jabón.

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Published by martinguevara - en Relax
31 agosto 2018 5 31 /08 /agosto /2018 20:02

 

Habiendo terminado su trabajo temprano en la provincia de Valladolid, Combi decidió quedarse en un hotel en Tordesillas, ciudad del toro, de su iconografía, y de la resistencia tradicionalista de la inquisición española que rodea a lo más retrógrado del toreo, y que se representa en el espectáculo del sufrimiento, argumentando el valor plástico del arte de la tortura, las cualidades estéticas de las poses y el valor del hombre frente a la bestia, que curiosamente, no dejan de ser ciertas del todo.

También la ciudad del tratado que dividió el mundo en dos, una mitad para Portugal y la otra para España.

 Acostumbraba a dormir en un hotel  que tiene todas las comodidades que se pueden pedir para descansar bien de una jornada de trabajo en la carretera. Prefiería los hoteles alejados de los centros urbanos para aparcar mejor y no entretenerse en las aventuras que brindan las ciudades.

   Cerca de Tordesillas está el puticlub mayor de Castilla y decidió darse una vuelta por allí. Se dijo a si mismo que sólo para ver de que se trataba, ver las chicas, juntar un poco de calentura, relevar la testosterona ralentizada. Se le ocurrió el truco de entrar hasta la barra y una vez allí, cuando se acerca el barman preguntarle hasta que hora abre el lugar y luego marcharse, de ese modo poder pispear tetitas y piernas, sin usar la nariz. Actividad pajeropinta.

 Una vez dentro se percató de que el sitio era mayor de lo que imaginaba, dos gorilas flanqueaban la puerta, los saludó con una media sonrisa entre cómplice y tímida y solo recibió como respuesta un leve movimiento de cabeza y una mirada que lo auscultó de arriba a abajo.

"Puedo reconocer a un policía, a un soldado o a un chivato, allí donde se produzca la mirada sin importar si proviene de unos rasgadísimos ojos orientales que casi no permitan acceder al brillo de la pupila, o de unos ojos endurecidos, del este de Europa, por ejemplo rumanos como apostaría que son en este caso", pensó Combi.

  A los portones de entrada le seguía un hall amplio, donde dos máquinas expendedoras de dinero, una de cigarros, y otra de condones esperan el sino d ellas monedas, detrás había una recepción donde una mujer gruesa, que no aparentaba ser la estrella del lugar, miraba sin embargo con una sonrisa mucho más acogedora que la de los dos grandullones de la entrada. Se escuchaba la música proveniente del salón contiguo, apabullado de luces rosadas y violetas, que ahorraban todo trabajo a la sugerencia, sin embargo pensó que daba gusto oler el aroma de esos sprays dulzones, como perfumes búlgaros. Entró.

 En cuanto abrió la puerta se amplificó en sus oídos la música. Y lo que más le sorprendió resultaron ser las chicas. Eran casi todas muy jóvenes, esbeltas, con cuerpos  fantásticos, caras atractivas, había algunas ya no tan jóvenes pero igualmente bellas. Estaban vestidas con paños reducidos que permitían apreciar las bondades de sus naturalezas. Algunas iban con tangas que dejaban atisbar el trasero y el pubis.

Las chicas paseaban de un lado a otro mirándose entre sí, a él, o a los pocos pasmados que se detenían ante tanto estrógeno dormido, una de ellas se detuvo a preguntarle su nombre y si quería tomar algo, Combi siguió moviendose en varias direcciones antes de dirigirse a la barra a hacer su numerito para tener la excusa de salir.  El club era espacioso y contaba con varios salones. Experimentó súbitamente una tremenda erección cuando una joven se le aproximó tanto que aplastó las tetas en su pecho y cruzó su pierna por entre las de él preguntándole si deseaba subir a una habitación con ella.

El camarero lo miró fijamente.

Combi se sintió increpado y le dijo que estaba buscando a una chica especifica que no veía por allí, entonces  salió del recinto nuevamente al hall de entrada, estaba excitado y no sabía bien que hacer. Lo que menos tenía eran ganas de marcharse de allí sin echarse un revolcón primero con cualquiera de las que había visto, todas le gustaban, todas le parecían lindas, estaba asombrado de su escasísimo sentido de selección. Esperaba encontrarse con el tipo de mujer que imaginaba había esos lugares. Pero aquello rompía sus antiguos esquemas. y hacía tambalear su moralina de entrecasa y sus convicciones de pacotilla. " Soy un hombre de familia", solía decir cuando, de vez en vez a la salida de alguna reunión,  los compañeros de trabajo, algo más aligerados de prejuicios que él, se proponían a salir en busca de algun buen rato convenientemente abonado.

Entonces se dirigió hacia la entrada y les preguntó a los muchachos hasta que hora estaba aquello abierto, -hasta las cuatro de la mañana, le dijo uno de los dos, con toda la amabilidad que cabía esperar de ellos.

Subió al coche y salió con la intención de regresar al hotel, pero a los dos kilómetros, en vista de que el empalme no solo no se le había atenuado, sino que se intensificaba a merced de los juegos de la imaginación, pegó la vuelta, volvió a saludar a los dos gorilas, aunque en esa ocasión con menor despliegue de simpatía, quizás con el fin de resultarles más familiar. Como si a los tipos duros se los pudiese engrupir tan facilmente.

Subió a a una habitación con una doncella, de pelo liso castaño hasta la cintura, que hablaba español con una voz de acento indefinidamente eslavo. El pantalón le  crecía dos tallas más por el lado de la bragueta. Nunca se la había visto de ese tamaño, deseaba inmortalizar el momento, que algún acontecimiento mágico, le permitiese conservar ese perfil combado, en en esos poco llamativos bultos que formaban los pliegues habituales de sus blue jeans. Aunque en realidad estaba más entretenido mirando la belleza con que estaría trincando tan solo un ratito más tarde, unos metros más arriba y un abismo más abajo. Ya le había soltado  cuarenta euros que costaba su servicio  y ella se los había entregado a la de la recepción.

Combi, que no veía unas piernas así ni en la playa, ya que veraneaba en la zona de las familias, no podía creer que por solo esa suma de dinero estuviese a punto de comerse aquel conejito.

La habitación estaba a tono con todo lo demás. Primero le preguntó a la chica por su nombre y luego por su procedencia, de repente se vió adquiriendo una molesta y no tan deseada familiaridad, preguntandole si extrañaba su tierra.

La chica tenía un tatuaje en la espalda, un tanto revelador de que por más modosa que se mostrase, era lo que se dice coloquialmente, un tirito al aire. Le apretó las nalgas y se dieron un beso de lengua. Eso le hizo derramar unas gotas de semen.

Se llamaba Soriana, como si fuese de la provincia donde el poeta Machado gastó gran parte de su genio. Pero no era de allí, había hecho un largo viaje hasta esa carretera infernal.

Cuando le dijo que era rusa, Combi le preguntó: ¿ cag tiviá sabú? Palabras que había aprendido en Cuba. Ella pareció soprendida y le preguntó por qué sabía ruso, él le dijo que sabía unas pocas palabras porque las había aprendido en la isla caribeña. Ella por primera vez, se quedó mirandolo en serio a Combi, no al cliente, estuvo así un rato en sillencio, con las piernas cruzadas.

-Viví allí cuando niña, le confesó, echando un brazo hacia atrás y apoyándose en la almohada, tomando posición para una conversación más larga de lo previsto. Se había criado en La Habana, en el edificio Sierra Maestra de Miramar donde vivían las personas de los países socialistas de Europa, destinados a Cuba para trabajar como técnicos extranjeros,  de aquella época conservaba ese castellano impecable. El caso fue que la conversación dejó el derrotero profesional y comenzó a centrarse en sus vidas. Le contó que provenía de un pequeño pueblo que estaba maldito.

Si bien Combi, en parte lamentaba haberse alejado del subidón inicial, y empezó a temer que toda evidencia de la lujuria que iría a experimentar esa tarde, se reduciría a una poco novedosa mancha fría en su ropa interior, es cierto que también entraba en un territorio en cual sentía mayor comodidad, además de que en cierta forma le autorizaba a estar allí.

 

Soriana se tomó el tiempo necesario para contarle su historia.

Había viajado a Cuba por el trabajo de los padres, la madre, Svetlana, era una mujer liberal que encontró eco entre los cortejadores cubanos de Miramar y alrededores. En aquella isla nadie pasaba demasiado tiempo en su departamento, ni siquiera en el hotel Sierra Maestra.

Cuando regresó a Rusia se acabó todo lo que se daba, la familia era comunista a la manera en que se solía aceptar pertenecer a esa logia, más bien un rasgo identitario, de sentido natural de preservación de la especie. Lo cierto es que no sabían hacer otra cosa que ser obsecuentes del régimen; cuando todo acabó, los conocimientos de sus padres como técnicos no sirvieron de mucho en la nueva sociedad del tira y encoge hasta reventar las costuras.

El padre se dedicó a la bebida aún con mucho más ahínco que en Cuba con el ron y la vodka Limosnaya.  La madre lo dejó antes de constatar lo peor de la decrepitud, no aguantaba bien los puñetazos con las manos cerradas que le propinaba el marido en todo el cuerpo y se fue un día mientras el ruso vomitaba boca arriba en la cama. Su hermano fue preso a una cárcel soviética, por dedicarse a vender pantalones vaqueros comprados con dólares que adquiría a través de los turistas, con tal suerte que al poco de caer preso, se despenalizó esa actividad comercial, pero no con caracter retroactivo, y tanto él como otros presos debieron sentir el rigor de los jefes mafiosos con semejantes panolis lavando ropa interior y vistiendo tutú de bailarina cada vez que los capos lo pedían, mientras en la calle la gente ya podía comprar y vender.

Ella encontró ese panorama desolador y se fue a la casa de una amiga. De ahí se fue a vivir al interior de Rusia y conoció un hombre amable con el que se casó y tuvo una cría.

Le contó que regresó a Moscú pero no había espacio para una madre joven que venía de un fracaso matrimonial y laboral. Entonces partió a Alemania con lo puesto, trabajó duro y aprendió alemán. Se tatuó un guerrillero en el brazo y una mariposa en la espalda, y aunque no mucho después se arrepintió de aquella marca gráfica bajo su piel, decidió no quitarsela, como testimonio de una época. Una vez en Hamburgo, tuvo problemas serios a causa de los papeles , Europa  desmejoró mucho después del Euro-dijo.

Un conocido de su madre, le presentó a un amigo que estaba buscando gente para trabajar en España, en la costa del Sol, necesitaban personas que hablaran ruso, a propósito de la vasta clientela que había comenzado a fluir en los últimos años en la costa española de nuevos ricos del Cáucaso, algunos exageradamente ricos y otros en vías de desarrollo. Le habían prometido que trabajaría en relaciones públicas de una importante cadena hotelera, al principio en la recepción y luego si demostraba tener madera, se iría abriendo camino en un ambiente de mucha pasta. No le escondieron que quizás el camino se hacía más rápido si estaba dispuesta a algún que otro intercanbio de secreciones. Cosa que ella, como era natural, ya sabía bien.

El único inconveniente, le dijeron, era su niña, no podía llevarla consigo. Por lo que hizo un viaje a ver a su madre y le pidió encarecidamente que cuidara de la nena, que ella le iba a mandar el dinero necesario para toda su manutención, e incluso un plus. La madre aceptó recalcándole que ese dinero sería indispensable para que no tuviese que entregarla a los de asuntos sociales.

Natasha, que resultó ser su verdadero nombre, sonrió, y dijo:

-No hay problemas babushenka, tendrás tu dinero.

 

Llegó a Málaga para trabajar como prostituta en un barco, y desde que llegó recibió una paliza, tan inesperada como fuerte, para que le quedase meridianamente claro que aquello no iba en broma, el encargado le aseguró que ahora les debía mucho dinero a la organización y que ella era libre de pagarlo e irse, pero que si se le ocurría escapar sin pagar buscarían a su madre y a su nena y harían borshea ambas.

Se acostumbró a vivr como pudo, como se hace cuando acaece una desgracia, sumada a una y mil traiciones, a un pasado escaso en alicientes, se acostumbró del mejor modo que pudo a sobrevivir. Llevaba dos años ejerciendo la prostitución en diferentes lugares de España, había bajado su categoría de puta de semilujo a puta de burdel decente, por culpa de su carácter, su mal humor y el inexorable paso de papá tiempo.

Una vez intentó escapar y dieron con la madre diciéndole que si se ponía en contacto con ella le dijese que esperarían  dos semanas a que regresara , antes de mandarla al fondo del río Volga.

Durante ese tiempo Natacha no pudo enviar el dinero que había prometido, y la madre debió procurarle a la nena, otra vivienda y familia, pero pensó en algo mucho más humano y mejor para la criatura que los organismos estatales de acogida de niños pobres de la Rusia post socialista,  la cedió a una familia que deseaba con toda el alma tener una nena, y agradeció que fuese una niña que hablaba el alemán como el ruso, que tocaba piano y sabía hacer las camas. Tampoco pasaron por alto la belleza de la tierna y flamante hija. Aunque la nena no corría riesgo, a priori, sabía que si torturaban a la madre les diría donde estaba su hija. Y aunque no sentía demasiada gratitud por su vieja, tampoco era cuestión de cargar con aquel peso. Así que decidió entregarse a sus captores.

La enviaron a Valladolid para que escarmentase, aunque con la promesa de que si en un año lo hacía bien regresaría a los buenos destinos soleados del paraíso español.

 

-Esta es brevemente la historia de mi vida- le dijo Natasha a Combi, quien hasta ese momento había  respirado casi sin molestar a sus propios labios, entonces se permitió un suspiro, que más parecía la exhalación de un alivio que la de una pena solidaria.

En ese instante llamaron a la puerta y ella regresó diciendole que el tiempo había expirado.

Combi no salía de su asombro, Svetlana Natasha o como se llamase, le pidió perdón por no haber podido hacer un servicio corractamente y le rogó que no se quejase por ello, Combi la miró como pudo, hasta que quedaron sus ojos frente a los de ella, la tomó por los hombros con firmeza,  en su pecho se apretaron dos tipos de congojas, uno por aquella criatura y otro por sí mismo.

Pagaré otra hora, no te preocupes.

Ambos bajaron al hall de entrada y volvieron a subir al cuarto. Dentro de cada habitación la gente bajaba y subía las caderas. Bajaban y subían sus respectivas miserias. Parecía no haber sitio más alejado del amor, de la caricia, que aquella colmena de abejas lastimadas.

Combi tomó sus datos, y no se atrevió a dejarle su número de telefono por elemental cuidado a su matrimonio, a su trabajo, y a aquella mafia. Y un poco cuidandose de si mismo, de lo que podría ocurrírsele. Natasha terminó de apuntar los datos y le dijo que se relajara que lo trataría bien, estaba todo pago. Combi, le hizo un gesto con la mano, ni una grúa hubiese conseguido levantarle el exiguo colgajo en esas circunstancias.

Bajó las escaleras con ella de la mano. Cuando llegaron al rellano la miró y vio a través de sus inmensos ojos, en la oquedad de una mirada que contenía todos los rincones malolientes de los peores puertos de Europa, la evanescencia de lo que alguna vez pudo ser una súplica de auxilio. Pero se dió cuenta, que la mirada de Natasha había cambiado diametralmente en pocos segundos, se había alejado hacia el infinito, le dijo adiós, con cierta prisa por ir a por otro cliente; estaba otra vez en su combate.

Combi salió de allí decidido a ir hasta el final de las cosas.

Entró a comer a un restaurante buffet vegetariano, de una cadena local, se dió un atracón. Se metió al cine que había en el centro comercial, daban una de la mafia rusa con Viggo Mortensen, pero la evitó atracandose de palomitas de maíz y refresco de cola en una sala donde estrenaban una de amor. De a poco se fué diciendo que no había demasiado que pudiese hacer que no fuese encontrar la manera de denunciarlo.

Al cabo de un par de años, le avisaron que la publicación de su libro era inminente, que debía irse preparando para entrevistas y conferencias. Se tomó  unas vacaciones con su familia en Amsterdam. Cada tarde después de pasar un rato en los cofee shops, paseaban un rato por el barrio rojo, y se divertían con la manera en que los japoneses observaban atentamente a las chicas a través de las vidrieras, agachándose sin ningún pudor para observarles la entrepierna.

Combi pensó que quizás Natasha ya podría estar bien, que hasta los peores momentos pasan, y que en todo caso ella era una mujer muy fuerte. Mucho más que él, que al fin y al cabo no era culpable de nada.

-¿Ni responsable? se preguntó.

Pero a Natasha le habían agujereado el alma con semen frío, le frieron el cerebro, comieron su corazón y arrojaron su cáscara a los pies de una tarde castellana. No le quedaba jugo, solo hiel, acaso le había dado una de sus últimas tardes de familiaridad, cosa que lo había marcado tanto a Combi que de un tirón escribió un trabajo de fición sobre la problemática de la trata de blancas. Se dijo a si mismo que cuando juró llegar hasta lo último de aquel asunto, no se refería a algo diferente de aquello, aunque naturalmente, aquella postrera interpretación no conseguía tranquilizarlo del todo.

Ya estaba a punto de publicar sus reflexiones sobre esta forma de esclavismo moderno en el corazón del Primer Mundo, con la aquiescencia de todos los géneros, estratos sociales e instancias legales, con toda la moral, la ética, y la justicia en conocimeinto de ello, tolerándolo y hasta promoviéndolo 

En su trabajo explicaba los traumas de aquella vida y sus posibles desenlaces. Pequeños toques en la puerta de su cordura con los nudillos de la suerte. A través de su trabajo literario, Combi estaba a punto de presentarse como un hacedor de justicia, como un ser con sensibilidad social, estaba a punto de creérselo.

 

Y a punto de cobrar por ello.

 

Luminoso club de carretera

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Published by martinguevara - en Relax
26 agosto 2018 7 26 /08 /agosto /2018 22:36

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Published by martinguevara - en Relax
26 agosto 2018 7 26 /08 /agosto /2018 15:25

El lugar era sórdido, lúgubre, tenía aspecto de terminal, de última parada.

El chileno que se acercó con el plato coronado por una montaña de cocaína, tenía más anillas que un pino de los Apalaches, más arrugas que el mismísimo Barrabás, llevaba más tiempo haciendo el mal que la memoria de diez elefantes. había pagado con cárcel en Hamburgo y en su Chile natal, se enroló en un buque mercante y cuentan que tiró a uno por la borda, nunca pudieron acusarlo pero todos sabían que había sido él.

Ella era un encanto, frágil en apariencia, joven, de piel suave, recién llegada de un sol que no quema, de un agua que no resfría, de la gruta de los elegidos.

Con respecto a mi es mas difícil decir, yo no sé que era ni que parecía ser, no obstante ahí estaba, vivo, impertérrito ante la capacidad de resistencia, sin futuro ni pasado, sin bolso, sin párpados, sin tiempo que perder.

El ex marinero, ex presidiario y ex presunto homicida chileno, se nos acercó y me ofreció como era más o menos habitual unos tiritos de lo que su plato sostenía. Ella se nos quedó mirando a ambos, desapareció su virginidad y de muy adentro expelió la voz de una torre firme.

-No queremos , gracias- me miró y agregó- esta vez no.

De repente sentí intensas ganas de hacerle el amor, no de poseerla con recios embates garchariles, sino de desprender ese que se yo que llevaba atascado, adormecido, bloqueado en el resguardo de una pose de cierta fiereza más o menos poco creíble, me dieron ganas de acariciarla suspirando hasta llegar a una eyaculación más terrenal que cósmica. Pero me tomó por el brazo para bajar la escalera de aquel antro, y sumergirnos en la calle empedrada de San Telmo, hasta encontrar el primer café que invitaba a una pareja modélica a sentarse. Dejando atrás esos bares que eran la prolongación del plato del chileno o del toilette del tugurio, donde una vez, al cerrar la puerta, mecanismo con que se encendía la luz, una brillante, oscura, enorme rata aterrorizada empezó correr de un lado a otro de aquellos dos metros por dos sin encontrar salida, hasta que, aterrorizado yo también a mi vez, conseguí abrir la puerta antes que decidiese morder mis piernas flacas sostenidas por aquellas modestas raciones de mortadela, patys y alfajores baratos.

Me dijo- Eres un diamante en bruto, pero si no dejas eso no podemos seguir, ahora bien, si decides dejarlo siempre estaré a tu lado- esas palabras fueron mágicas, porque ni siquiera los mejores mentirosos pueden decirlas sin titubear, es imposible mentir con algo así, es casi imposible decir algo así.

Todavía me quedarían años de sostenerme a las baldosas henchido de espirituosos para asegurarme de que no caer más allá del suelo, pero tiré por la ventanilla de mi cuarto hsta la última mota de talco de luna que me quedaba en la mesita de luz y sentí una paz extraña en mi pecho: se acabó.

Me di cuenta por primera vez de que incluso yo, tenía limites y que en cualquier momento la pelada de la guadaña podría girarse de repente, clavar su mirada en mis ojos y señalar con su falange huesuda ese camino entre temido y enigmático que todo curioso poco amante del equilibrio ha tenido entre sus ensoñaciones.

La última vez que supe de aquel chileno, lo estaban esperando en un bar de música para debatir con énfasis acerca de algún serio malentendido, tras lo cual decidió abandonar la ciudad. Más o menos por esos días fue la última vez que vi aquella calle plagada de posibles papeles plateados entre los adoquines, de gatos portadores del alma de los viejos guapos que peleaban a cuchillo con un pie atado al de su contrincante, aquel templo de la pisada nocturna, y de ahí en más, viví mis mejores años simulando que protegía a aquella mujer para poder ser el protegido, y las mañanas, las caricias y la promesa cumplida me hicieron mejor persona.

Hoy miro sin rencor el pasado, hoy recuerdo otras promesas y otros esfuerzos y me siento afortunado, el torrente que me embargó desde aquella torre, regresa cuando es menester como un bumerán, como las buenas y las malas acciones. 

Sí, costó, pero valió la pena.

 

 

 

 

Adoquines de San Telmo
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Published by martinguevara - en Relax
21 agosto 2018 2 21 /08 /agosto /2018 01:31

Fui un buen niño, mis viejos no me dieron bola y terminé acumulando amarguras, gargantas rígidas, lágrimas secas, charlas con una audiencia sorda y con mi oso decapitado.

Cobré esa factura a quienes no lo merecían, a quienes se habían acercado para aligerarme el peso, perfumar el paso y sacar del pozo.

A menudo fui manipulador, vil, ingrato, con quienes me brindaron el lomo y por suerte tuve la oportunidad de pagar caro, por suerte dejé un rastro de dolor silencioso, una bolsa con aquello que jamás había ganado, y vómitos de hiel y rencor. Por suerte pude sentir que de adulto me equivoqué, y que de niño seguía allí agazapado, aturdido por la luz y el desamor y pude correr a asistirme, a hidratarme antes del último parpadeo.

Por suerte pedí perdón, devolví abrigo y acallé el grito.

Pero no debo ni quiero olvidar que el herido, hiere, me temo y le temo al abandono y a las formas engañosas del afecto y le temo al brillo de la luz y al calor.

Mira a ese crío, dale un poco de paz, hazle un chiste y dile adiós.

El camino vuelve a ser virgen

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Published by martinguevara
18 agosto 2018 6 18 /08 /agosto /2018 11:30

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Published by martinguevara - en Cuba Opinión

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  • : Mi déjà vu. En este espacio comparto reflexiones, flashes sobre la actualidad y el sedimento de la memoria. Presentes Argentina, Cuba y España, países que en mi vida conforman un triángulo identitario de diferentes experiencias y significantes correlativos.
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