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17 septiembre 2019 2 17 /09 /septiembre /2019 09:17

Un ricordo di Mario Bendetti

Oggi passeggiando, mi è venuto alla mente il ricordo di Benedetti e dei suoi baffi. 
Alamar, le sparute pulci e la sua enorme dignità, appena fuori l’Habana in direzione di Cojìmar, un barrio proletario dell’uomo nuovo. 
Mario Benedetti ha vissuto in esilio a Cuba ma ha chiesto in modo esplicito, conforme alle sue idee e al suo nerbo, che non gli dessero privilegi all’altezza del suo nome. Avrebbe potuto vivere a Parigi, in un dipartimento tipo il Trocadero. Ma lui era così.
Ha vissuto un po’ di tempo a Alamar dunque, una baraccopoli operaia di tipo stalinista, davvero orribile nell’aspetto, in cui non c’è mai stata nessuna attrazione particolare che si ricordi.
Occorre rammentare che a Cuba non è stata costruita una sola cosa in 50 anni utile a promuovere il turismo, ma nemmeno promossa dal governo rivoluzionario. Paradossalmente tutto ciò che il proprio istituto del turismo considera come attraente, è stato fatto prima del 1959.
Beh, Benedetti, il grande poeta, scendeva a piedi le scale dell’edificio di dodici piani dove viveva, sul mezzo del giorno, e andava a comprare con la “libreta”, non con dollari ma con soldi cubani, validi al massimo per piselli, riso, uova e qualche altra cosetta in più, al magazzino della zona 8.
Faceva imperterrito come tutti la sua coda, e poi tornava carico di quel poco che c’era, ma (vuoi mettere?) sotto quel sole di giustizia… 
Aveva addosso terribili pulci più affamate di lui, era un poeta solitario, di grande carattere, della gentilezza convenzionale e affettata non gli era rimasto nulla, e per questo alcuni lo criticavano, perché volevano che, una delle stelle della cultura d’America fosse più cordiale ancora di quanto fosse.

E non bastava che vivesse in Alamar e di lì andasse girando per il territorio imprecisato del Bachiplan, (un polverone biancastro e grigio che s’infilava da tutti gli orifizi fino al midollo) né che essendo uruguaiano, mangiasse ogni morte di Papa una bistecca, o che bevesse mate con quella erba rinsecchita al sole, impegnato a togliersi di dosso quelle fastidiosissime zanzare che non riusciva ad allontanare il ventilatore russo, scrivesse poesie meravigliose da quella baraccopoli operaia. Come Dostoevskij lo faceva dalla prigione in Siberia, anche se il poeta rioplatense per volontà propria, e addirittura senza lamentarsi, ma grato. 
Avrebbero preferito magari che “don Mario” discendesse fino alle catacombe dell’inermità, dove abita l’eco di tutte le codardie umane, la morchia del tedio, della procacità, della grossolanità, il trotto della mandria e il belare del gregge, dell’orrore più sordo che rappresentava quel convenzionalismo di quartiere, con le sue conversazioni banali, quel nulla di quotidiano, quell’omicidio alla poesia.

Era un eterno cospiratore della penna, un uomo coraggioso, elettrico, amante del minimalismo, della lealtà, e anche quando il suo posto in esilio sarebbe stato un prestigioso quartiere di Parigi o di Londra, non si è mai lamentato di quel “sole di giustizia” né di aspettare la sua bistecca trimestrale nella coda infinita del magazzino “agropecuario” né di resistere all’affronto di sentir chiamare “Rivoluzione” quella cosa amorfa e atonale intorno a lui. 
Nemmeno la tortura di ascoltare le preferenze musicali del vicinato lo distoglieva, che con orgoglio si esibiva tremante per la vibrazione degli altoparlanti delle loro radio russe messe al massimo volume, dietro le sottili pareti di quel dipartimento dell’edificio di dodici piani, dove quando se ne andava la luce, Benedetti accendeva una candela, sognava di accompagnarsi ai suoi connazionali detenuti, a quelli che non c’erano più, ai suoi amori, alle foglie cadute di uno degli autunni della sua terra, si chinava sulla carta e scriveva quei meravigliosi versi senza un filo di odio, con quella naturalezza e profondità degli uruguaiani di allora, con il sigillo impegnato di quelle generazioni, versi pieni di ammirazione per la grandezza dello spirito e anche di compassione per l’imbecillità umana, anche per le vittime e carnefici di essa, e di tutto quel nulla abissale quotidiano. 
Martìn Guevara Duarte (Traduzione Alessandro Silvestri)

Don Mario, el petiso gigante.

Don Mario, el petiso gigante.

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10 agosto 2019 6 10 /08 /agosto /2019 10:26

Sicilia bedda
Dal promontorio si vedevano le onde lambire gli scogli, il sole fioco ma austero, nonostante tutto il suo potere chiarificatore, non riusciva a cancellare in me la sensazione, ogni volta che guardavamo in basso, di sovrastare una gola così profonda da arrivare sino al centro della Terra, per questo motivo afferrai la mano di Adriana. A lei girava la testa per le vertigini più che comprensibili e ci aiutammo a vicenda per oltrepassare quella curva dell'impervia stradina, valse la pena prendere quel sentiero per raggiungere il porto di Levanzo dalla Grotta del Genovese, invece di tornare per la via più lunga ma più diritta.
Il paesaggio era ancora più bello dopo aver appreso da un antropologo che ci accompagnava, che in passato quell'isola era collegata alle altre due vicine, Marettimo e Favignana, e tutte e tre alla Sicilia. Qui arrivarono i primi abitanti di Trapani, forse dalla penisola iberica, come suggeriscono le pitture rupestri sulle pareti della grotta del Genovese, di circa ottomila anni, simili a quelle della grotta di Altamira. Molto probabilmente, pensai, quegli abitanti avevano camminato lungo il sentiero sul bordo del precipizio, e forse, uno di loro prese per mano un'Adriana del Neolitico che soffriva di vertigini, gesto come filo conduttore e simbolo della solidarietà tra gli esseri umani di ieri, di oggi e di sempre. Forse si fermarono, probabilmente, coniugando prudenza e timore reverenziale per quel crogiolo di colori che ricade su quel paesaggio meraviglioso per dire addio a quella che in futuro sarebbe stata la punta dove finisce l'Italia, o il suo principio, dipende da quale parte si guardi.
Arrivati al porto, dalle nuvole rigonfie precipitò scrosciante un acquazzone. I camminanti stavano appena iniziando a conoscersi. Appoggiammo i nostri zaini sotto il tetto di un bar e ordinammo caffè, acqua, birra, pizze e arancini, e mi aspettava il gatto più affettuoso che abbia mai incontrato in vita mia. Le fusa di quel felino sul mio collo che soprannominai Pirandello, insieme alle chiacchiere animate, arricchite da sonore battute dall'allegro carattere siciliano dei miei nuovi amici, sono rimaste incastonate nel mio ipotalamo come uno scenario, o meglio, come un tappeto persiano.
Più tardi tornammo a Favignana, due giorni trascorsi conoscendo nuovi posti, persone, e poi a dormire a casa dell'artista plastico MoMó Calascibetta. Un'accoglienza meravigliosa con cena e notte tra racconti e risate, ancora e ancora, e il giorno appresso l'inizio della camminata sull'Antica Trasversale Sicula partendo da Mozia. Un gioiello universale per la concentrazione di Storia, cultura... e zanzare. Da quel momento, quindi, la Sicilia cominciò a entrarmi dentro, le risate cariche di energia e i paesaggi diedero i natali a un flusso affettivo interiore, a un amore per quest'opera intarsiata e dipinta dalle essenze multiculturali generate dai viaggi, dal passare del tempo, la convivenza, il senso dell'humor, dell'onore e di un misterioso equilibrio che si fonde tra una scintilla vulcanica con odori, sapori e colori insostituibili. La dolcezza e la lealtà della sua gente, la bellezza interiore ed esteriore della mia amica Francesca, la profondità e fermezza della mia amica Anna, l'affetto di Tano e Peppe, di Adriana e Maurizio e tanti altri. La forza di Peppino Impastato e la sua famiglia, la pastasciutta alla Norma e al Nero di Seppia.
I Siciliani con la loro spontaneità, per la mia esperienza personale, sono più cugini dei cubani, o di un caraibico molto più bellicoso e millenario, piuttosto che dei romani, dei greci o degli arabi.
Oggi voglio congratularmi con la 5a Edizione di Thrinakia, il Premio Internazionale di scritture autobiografiche, biografiche e poetiche, dedicate alla Sicilia. E voglio essere fedele al mio desiderio di contribuire all'arricchimento intellettuale dell'isola che ho appreso ad amare e a diffonderne i suoi preziosi tesori culturali.
(Traduzione: Anna Assenza)
Martín Guevara Duarte
Luglio 2019 - León, Spagna
Sicilia hermosa
Las olas bañaban la roca, el sol, tenue pero firme, aún con todo su poder clarificador no lograba despejar la sensación de una garganta hacia centro de la Tierra cada vez que mirábamos hacia abajo, razón por la que tomé la mano de Adriana que sintió un mareo fuerte producto de un más que comprensible vértigo y nos ayudamos uno al otro atravesar ese recodo del camino, que hacía que valiese la pena tomar esa senda para llegar al puerto de Levanzo desde la Grotta del Genovese en lugar de regresar por el camino más recto.
El paisaje era más bello aún al haber aprendido hacía minutos, que en el pasado esa isla estaba unida a las otras dos cercanas, Marítimo y a Favignana y las tres a tierra, donde llegaron los primeros habitantes de Trapani posiblemente desde la península ibérica, como sugieren las pinturas rupestres de las paredes de la cueva del Genovés, de unos ocho mil años de antigüedad, del mismo tipo que las de la cueva de Altamira.
De manera que muy probablemente por ese camino al borde del precipicio habían caminado aquellos habitantes, quizás también uno habría tomado la mano de una Adriana del neolítico mareada por el vértigo, como hilo trasmisor de la simbología de solidaridad entre los seres humanos de ayer hoy y siempre, se habrían detenido, mezclando la prudencia con el asombro por el crisol de colores que caía sobre aquellas vistas maravillosas para despedir lo que en el futuro sería el fin de Italia. O según se mire; el principio.
Cuando llegamos al puerto se desprendió de las nubes una fuerte lluvia, los caminantes que recién comenzábamos a conocernos, metimos nuestros “zainos” bajo el techo de un bar y dimos cuenta de café, agua, cerveza y pizzas o arancini, y me esperaba el gato más cariñoso que he encontrado en mi vida. Quedó grabado en mi hipotálamo el ronroneo de aquel felino en mi cuello l que apodé como Pirandello, con la charla animada plagada de chistes sonoros del alegre carácter siciliano de mis nuevos amigos, como telón de fondo, O mejor dicho: como una alfombra persa.
Después regresamos a Favignana, dos días conociendo nuevos lugares, personas, y luego a dormir a casa del artista plástico MoMò Calascibetta, una maravilla de recepción, de cena y de velada, y al día siguiente el comienzo de la Antica Trasversale Sicula, partiendo desde Mozia, una joya universal por la concentración de Historia, cultura… y mosquitos. Desde ese entonces Sicilia se fue introduciendo en mi, las risas cargadas de energía, los paisajes dieron lugar a un cauce de afecto interior, a un cariño a esa obra tallada y pintada con las esencias multiculturales aportadas por los viajes, el paso del tiempo, la convivencia, el sentido del humor, del honor y de una misteriosa templanza fundiendo una chispa volcánica con olores, sabores y colores irreemplazables.
La dulzura y lealtad de su gente, la belleza interior y exterior de mi amiga Francesca, la profundidad y firmeza de mi amiga Anna, el afecto de Tano y Peppe,de Adriana y Maurizio, y tantos otros. La fuerza de Peppino Impastato y su familia, la pasta a la Norma y al Nero di Sepia.
En mi impresión personal, más que romanos, griegos o árabes, los sicilianos y su desenfado los hacían más primos hermanos de los cubanos; aunque de un Caribe varias veces más guerrero y milenario.
Hoy quiero dar mis felicitaciones a la 5a Edizione de Thrinakia, el Premio internazionale di scritture autobiografiche, biografiche e poetiche, dedicate alla Sicilia. Y dejar constancia de mi deseo de que contribuya tanto al enriquecimiento intelectual de la isla que aprendí a querer como a difundir sus preciados tesoros culturales.
Martín Guevara Duarte
Julio 2019 - León, España
Martín Guevara Duarte
Nasce in Argentina nel 1963. Cresce a L'Avana con la sua famiglia, rimanendo nell'isola cubana per dodici anni, mentre suo padre, il fratello minore di Ernesto Che Guevara, pativa il carcere come prigioniero politico della dittatura argentina. Finalmente torna alla terra natia dopo il trionfo della democrazia. Già in tenera età rifletteva sulle sue inquietudini attraverso la scrittura. Viaggia spesso per l'America Latina e l'Europa, svolge parecchi lavori, di solito con case editrici e distributori di libri. Legge i classici europei e segue il ritmo della letteratura americana moderna, impara le lingue in modo autodidatta, scrive poesie, storie, riflessioni che legge a un pubblico attento in incontri letterari. Sempre con un forte ingrediente d'irriverenza verso il Potere e il "politicamente corretto", spesso confinante con la marginalità, tanto nel suo modo di pensare che nel suo modo di vivere.
Si trasferisce in Spagna, dove forma una famiglia; vive tra Madrid e León e inizia a pubblicare articoli su diversi media in Internet, critico feroce dei meccanismi autoritari di qualsiasi modello di società passata, ma specialmente dei totalitarismi del nostro tempo.
Ha scritto un libro intitolato «All'ombra di un mito» sul peso della possente immagine del Che sulla sua persona, e sul resto della famiglia, che lo ha portato a viaggiare in differenti paesi di diversi continenti, dove è stato invitato a dibattiti e conferenze. In Italia ha realizzato un progetto chiamato «Diarios», in collaborazione con l'artista cubano Ascanio, residente a Milano, presentato e premiato a Milano. E nel 2018 esce il suo secondo libro «Triángulo Guevara» che include racconti e articoli su i suoi punti di vista politici in America Latina, in Europa e nella narrativa in generale.
Durante l'ultimo decennio è autore di numerosi articoli nel suo omonimo blog e in diversi media digitali tra i quali ricordiamo Infobae, Cibercuba, Havanatimes, Martinoticias, Misceláneas de Cuba.
Viaggia in Sicilia nel 2018, stimolato dall'influenza della sua amica Anna Assenza, regista indipendente e siciliana, attualmente residente in Costa Rica, amica intima di suo nipote Canek Sanchez Guevara, figlio di Hildita, uno dei suoi cugini preferiti e nipote del famoso mito, che morì alla stessa età di suo nonno e sua madre, nel gennaio del 2015 in Messico.
Invitato dall'Antica Trasversale Sicula, giunge per la prima volta nella meravigliosa isola di Sicilia ed è profondamente colpito dalla sua cultura, dai suoi paesaggi e soprattutto dall'autenticità della sua gente. Da quel momento in poi giura amore eterno e incondizionato verso l'eclettica isola dei Sicani e dei Siculi.
Pirandello

Pirandello

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Published by martinguevara - en Europa Aorta
3 agosto 2019 6 03 /08 /agosto /2019 19:33

 

Días atrás un amigo del barrio de mi hijo menor, le obsequió, procedente de un huerto barrial,  una lechuga a medio crecer. Se la dio con las raíces al aire, fláccida, condenada a perder todo su verdor en unas pocas horas más.

Él llegó a casa la puso en una maceta, le colocó buena tierra, la regó, lo felicité diciéndole que al menos le estaba dando una muerte digna. Al día siguiente la lechuga continuaba verde y al parecer, viva.  A los tres días, la propia planta se había encargado de descartar las hojas que no podría volver a  levantar, y en su lugar empinaba otros jóvenes brotes hacia el sol, el poder de la clorofila y la fotosíntesis, o la confianza y la convicción en el cariño y el cuidado. que hemos ido dejando en el mismo baúl de recuerdos olvidados, en cuyo fondo quizás encontremos al osito Cocó, o al diente de leche por el que ya recibimos la indemnización del ratoncito Pérez. 

La lechuga fue creciendo de tal manera que en un momento y como visible causa de su agradecimiento por la actitud de mi hijo, comenzó a cantar canciones que contenían la palabra amigo. de este modo hizo un recorrido por un catálogo de temas populares famosos y otros quizás no tanto para seres del mundo animal. Entre las conocidas cantó, Quiero tener un millón de amigos, de Roberto Carlos, Waiting on a friend de los Stones y With a Little help from my friends, de los Beatles, cosa que entusiasmó mucho a mi hijo que es un fan declarado del cuarteto de Liverpool.

También cantó : ."..barquito de papel mi amigo fiel/  llévame a navegar por el ancho mar/ quiero conocer a niños de aquí y de allá...",  melodía que yo no escuchaba desde que había vivido en Cuba, y me dejó impresionado con sus conocimientos y acervo general.

Mi hijo me dijo, - Papá tengo que hacer algo más por esta lechuga. Si dice que quiere ir al mar la llevaré al mar. Es encantadora.

Y así fue que lo llevé junto a su amigo del barrio a que le diesen un paseo por el Mar Mediterráneo en el yate del príncipe William antes de que se casase. Perkins, el mayordomo del príncipe, tan inglés, respondió a mi pedido con un afirmativo: Of course. Y con el torso firme, se llevó a los chicos y su querida hortaliza a un paseo que duraría medio día.

Cuando estaban en una zona profunda mi hijo sacó la lechuga por la borda para enseñarle la transparencia del agua, y un súbito golpe de timón a causa de una ola de babor, hizo que perdiese el equilibrio y la lechuga se cayera por la borda, lanzando primero gritos de auxilio, y luego improperios, acusando a los niños de traidores, de haberla alimentado para luego  permitir que se ahogase en aquella inmensidad, en aquel páramo de verduras. A mi hijo y a su amigo se les aguaron los ojos, aún así intuían que arrojarse al agua sería una temeridad.

Una vez que la lechuga llegó al fondo del mar y vio las algas pensó que no estaba todo acabado, se hizo a la idea de vivir como una de ellas, y hasta le causó emoción el hecho de pensar que sería mecida por las olas y acariciada por los pececillos de colores. Le entristeció el hecho de no poder cantar bajo el agua _-Pero no se puede tener todo- se dijo a si misma y de alguna manera se sintió reconfortada.

Después de andar por varias profundidades encontró el Octoposus garden, del que hablaba Ringo Starr en sus canciones, y que la lechuga, de amplísimas nociones musicales, conocía tan bien. Le pidió permiso al pulpo para establecerse, y después de enternecerlo con su historia, no solo logró que el pulpo la aceptase sino que le concediese un lugar privilegiado, cerca de Bob esponja y compañía.

Mi hijo y su amigo decidieron lanzarse al agua tras evaluar los riesgos y los esfuerzos que habían realizado para ser tenidos en cuenta como niños adorables. Al príncipe William de Inglaterra le faltaban aún unos días para casarse, pero el mayordomo Perkins debía estar listo, y fue tan tajante como delicado en sus expresiones; les dijo:    

 _ Chicos, puntualidad británica, por favor, si no están aquí mañana en la mañana me veré obligado a zarpar sin vuestra presencia. Y se lanzaron al agua con aqualungs para tres días.

No hizo falta agotar la paciencia del buen sirviente real, ya que a la caída del sol  los dos niños encontraron el Octoposus garden, y como ya indiqué, mi hijo es un fan irredento de los Beatles, le agarró la botella de aire comprimido a su amigo y le hizo señas para detenerse allí unos instantes. Una vez que entraron y hablaron con el pez administrador, un pez con una nariz puntiaguda como el baterista de la banda, y una vez que se sacaron unas fotos, los dos niños vieron al mismo tiempo, detrás de Bob el esponja, a una lechuga idéntica a la que andaban buscando, pero pensaron que no sería aquella, ya que en el jardín del pulpo solo debía haber algas.

Pidieron permiso para restaurar fuerzas comiendo un poco de la lechuga, y cada uno se zampó una mitad.

Mientras tanto, la lechuga emitía gritos sordos implorando por su vida, por su integridad, cantaba con cierto desespero las mismas canciones que había entonado en mi pequeño jardín trasero, aún sin demasiadas esperanzas de ser escuchada.

 Una vez en casa, el pichón  aún seguía sintiendo cierta tristeza. Pero había algo que estos chicos y yo aún desconocíamos.

A los dos días de ser engullida la lechuga regresó al agua, la del WC., se vio repentinamente liberada de un ámbito cerrado y oscuro que le estaba produciendo claustrofobia. Una vez en las cloacas, tuvo oportunidad de echar de menos las claras aguas del mediterráneo, incluso ese sobrecargado sabor a sal.  - Oh que espanto- se dijo- he perdido todo mi verdor-

La lechuga como los demás alimentos que vagaban por aquellas cañerías había mutado y su estado era compacto pero no rígido. Pensó que la única manera de recobrar algo de su identidad era encontrando a un semejante que procediese también de la huerta, para continuar viaje a lo desconocido juntos. De modo que comenzó a preguntar a todo transeúnte que se cruzaba en la cloaca,

_ Perdón, me puedes decir que eras tú antes?-

_ Yo era dos perritos calientes con mucho chucrut- le dijo el primero.

Y así se fue encontrando con boñigos conformados , unos de pescados, otros de carnes variadas con sus guarniciones, otros por huevos fritos, hasta se encontró una ensalada , pero su decepción fue grande cunado supo que en ella había también zanahoria, todos aquellos carotenos juntos era algo que no podía soportar.

Hasta que, no sin aliento, pero con mucho menos fuelle, le preguntó a otro sorete por su procedencia y este le dijo que había sido una lechuga, mostraron su alegría por haberse conocido y partieron juntos en ese frenético viaje hacia la desembocadura en algún vertedero. 

Por la noche en un merecido descanso, le contó nuestra desmejorada verdura a su nuevo compañero, que otrora fuera una lechuga recuperada, que había sido arrojada al mar por dos niños de los cuales uno había sido su amigo antes de traicionarla y zampársela luego de darle caza vestido de buzo en el fondo del océano, el otro boñigo no pudo creer lo que oía, y exclamó:

- Mi media naranja!. Yo soy la otra mitad, que quedé atrapada en el estómago del amigo de nuestro salvador asesino.

Entonces se dieron un abrazo tal que quedaron nuevamente fusionadas, lograron recuperar por una vez más la ilusión de la vida, y en esta ocasión se convirtieron en un temible sorete de dimensiones que infundía respeto a su alrededor.

Al poco tiempo de andar con su nuevo aspecto, se dio cuenta que si bien frente a un espejo sus opciones de sentir orgullo sufrirían cierta merma, también era cierto que de ahí en adelante nadie desearía comerla, tocarla, ni molestarla en lo más mínimo. Una de cal y otra de arena.

Según Platón, todas las partes del universo se mantienen unidas por amor compasivo, se dijeron uno a otra y viceversa.

Pero una semilla de aquél enérgico vegetal volvió a echar raíces en la misma maceta en que mi hijo la colocó en un inicio; durante el invierno y a la intemperie crecieron nuevas hojas rozagantes.

No cesa en brindarnos sorpresas nuestra adorable lechuga Be Bop.

 

 

 

Yellow submarine Be-bop

Yellow submarine Be-bop

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Published by martinguevara - en Relax
17 junio 2019 1 17 /06 /junio /2019 16:59

Este es un tema verdaderamente sórdido en casi toda Europa, es el único tipo de esclavitud que persiste en el viejo continente, pero es una esclavitud con las reglas más implacables de la América hispano portuguesa y franco anglosajona, del Nilo o de Roma. 

Peor aún en muchos caos, mujeres amenazadas de muerte ellas y sus familias, golpeadas, torturadas, humilladas, drogadas, y violadas frecuentemente en el corazón de civilización europea, a la vista de todas las autoridades y de la Justicia tuerta, que ya sea por participación directa en las ganancias de los antros de tortura física y psicológica a estas santas esclavas, o porque en definitiva en el lupanar se encuentran los hombres de todas las clases sociales, más que tolerar promueven en todos los casos estos palacios de suplicio y de humillación, tanto a la mujer esclava como al cómplice del crimen que se desfoga humillándose en el acto, eufemísticamente llamado "cliente".

Yo empecé a hacer un trabajo de investigación, solitario, sin contactos ni sin protección, quería escribir una nota exhaustiva sobre el tema y tomé como referente uno de estos mega "Clubs" protegidos por las instancias de poder que se encuentra entre Valladolid y Tordesillas. Al poco de comenzar a indagar, fui ubicado en mi teléfono móvil que era de mi trabajo de entonces, y ello me retractó más que el temor a las amenazas, similares a las que ya había recibido a lo largo de mi vida por diferentes razones, a veces nobles, las menos de las veces y otras, la mayoría, dignas de abandonar en el olvido.

Las amenazas fueron pocas pero demasiado descaradas, se notaba que no temían denuncias, y precisamente una cosa en que me interesaba adentrarme, aunque sabía que estando solo, sin credenciales, sin contactos era muy peligroso, era precisamente en la demasiada obvia connivencia de gente poderosa bajo la sombrilla de la legalidad. 

¿Cómo podía ser que enormes naves con carteles inmensos en la misma carrera, que ni siquiera escondían la actividad "alegal" de la prostitución, bajo sospecha de esclavitud reiteradamente denunciada, y donde se dispensaba alcohol a todo cliente, no hubiese inspecciones, patrulleros detenidos afuera, al menos para hacer controles de alcoholemia, sabiendo que allí no paraba ningún autobús, ni tren y que todo cliente conducía beodo, y sin embargo sí se ponían unos pocos kilómetros más adelante o atrás a realizar dicho control? 

Se inspeccionan casas de jóvenes que tienen plantaciones de cannabis, se inspeccionan en barrios de emergencia donde existe sospecha de venta de estupefacientes, me preguntaba entonces ¿cómo podía ser, que con todas las sospechas tan fundadas de que en varios locales de ese tipo además de traficarse con la vida de seres humanos se traficaba con drogas de manera permanente, e incluso se convertía en drogadictas a varias de las cautivas, no hubiese cada día una inspección y se cerrasen los locales y apresasen todos los proxenetas y traficantes de mayor escala que los gitanillos de la chabola o los chavales de la plantación en el garaje?

Pero sobre todo y fundamental, ¿cómo en una sociedad de unas fuerzas de seguridad tan bien estructuradas que han conseguido desarmar cédulas e incluso organizaciones terroristas, podía persistir la excusa de que esos agujeros, esas catacumbas de seres humanos aterrorizados concebidas para materializar el auto menosprecio de otros seres ya aplastados, visibles desde todo ángulo, iluminadas con insistencia, eran inexpugnables dada la insuperable astucia de sus propietarios proxenetas, abusadores, extorsionadores, esclavistas? ¿Cómo una sociedad que ha conseguido reparar las injusticias más lacerantes, que presume de una conciencia cívica y de respeto a los derechos humanos puede convivir tan pasivamente con un crimen tan generalizado, impune, tolerado e incluso pasado por alto por los sectores más militantes en favor de la justicia social y de género?

Pero aflojé; mi hijo pequeño tenia cuatro o cinco años, yo mantenía una casa y un modelo de felicidad que funcionaba muy bien, así que no quise, por un lado perder el trabajo sin saber si podría siquiera concluir aquél artículo y si luego me lo validaría algún medio, muy poco inclinados a publicar algo que incriminase a personas con cierta cuota de poder, y por supuesto tampoco quería recibir un buen tranqueo a la salida de un hotel o un restaurante, así que desistí y sepulté toda posibilidad de sentir orgullo por haberme involucrado en defender, salvar o al menos denunciar los atroces abusos que se fraguan en nuestra bella, civilizada y burguesa Europa contra los seres más frágiles y desprotegidos, las esclavas sexuales.

 

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Published by martinguevara - en Opinion crítica.
10 junio 2019 1 10 /06 /junio /2019 17:28

Hay malas hierbas que se expresan a través de cardos y otras en forma de flores. Hay zonas umbrías por el efecto de una amenazante tapia guardiana y otras por la sombra de un manzano en flor.

Así mismo hay tristezas y tristezas.

Hay recuerdos que apenan el alma porque nos retorna la sensación de un vacío tras el barniz, de un engaño, de un abandono, y otras memorias que nos entristecen porque reviven algo precioso, un ser amado que ya no está, un instante de felicidad que se presiente tan lejano y ajeno como cuando sucedió, y que sin embargo tuvo lugar.


Cuando era chico cruzaba del hotel donde vivía a la escalinata de la Universidad de La Habana, en el lado derecho del Alma Mater había unos arboles con sus ramas entrelazadas, me embrujaba subir hasta el tope del follaje e ir pasando con mucho cuidado de árbol en árbol intentando no vencer con mi peso las ramas que los unían. En ese instante con los ojos abiertos atento a los peligros, era no obstante como si los tuviese cerrados y fuese reproduciendo en la vigilia uno de los sueños recurrentes, en el cual conseguía mantenerme a flote a una altura similar a la de aquellos arboles, y pasaba por encima de la gente y los problemas nadando en el aire. Eso fue bastante antes de conocer el ron.


Hoy sentí que mi abuela, aquella que cuidaba de que la nuez que se me había prendido al pecho no me subiese hasta la garganta, me acarició la frente una vez más. 


Y la nuez bajó.

Estaba a punto de regalarle una lágrima a un cardo, a la sombra de una tapia, a una tristeza gris, cuando apareció una flor de hierba mala, la sombra de un manzano cuya rama se extiende hasta el regazo del Alma Mater que resguardaba el ímpetu de mis vuelos errantes.

Ala Mater U. de La Habana y árboles laterales

Ala Mater U. de La Habana y árboles laterales

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Published by martinguevara - en Relax
10 junio 2019 1 10 /06 /junio /2019 17:08

Durante los primeros años de mi estancia en La Habana vivía en el Hotel Habana Libre, que había sido antes de la Revolución Hotel Habana Hilton. Cada mañana bajaba a desayunar a un coqueto restaurante en la planta Mezzanini, ordenaba un par de huevos fritos que venían con unas gruesas fetas de jamón caliente debajo, y pedía además una ración queso fresco. Me comía los huevos pero el jamón y el queso lo metía dentro de los panecillos calientes untados con mantequilla, los envolvía en las finas servilletas de tela blanca y los llevaba a la escuela.

Mis compañeros del colegio no tomaban el desayuno en aquel restaurante, y la gran mayoría hacía años que no habían tenido la ocasión de saborear el jamón. Yo me ocupaba de acercarlos a ese recuerdo impreso en el hipotálamo.

Una tarde se acercó uno de los “compañeros revolucionarios” del ICAP que atendía a mi familia, y se tomó un tiempo para explicarme que en Cuba se había hecho la Revolución para que todo el mundo fuese igual, sin embargo-dijo- aún quedaban cosas por hacer, y por el momento la población de “fuera del Hotel” no tenía el mismo acceso al modo de vida que generosamente la Revolución nos estaba brindando a los de “dentro del Hotel”.

Sugirió que no llevase más los bocaditos de jamón al colegio, porque los niños podrían estar llevándose una idea equivocada.

En ese instante conocí el carácter subversivo de dos de los elementos más extraviados y extrañados en la isla de Cuba: el jamón y la verdad.

El jamón y la verdad
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Published by martinguevara - en Cuba flash. Relax
19 mayo 2019 7 19 /05 /mayo /2019 15:31

ZP

 

Entre una corriente de aire y la deserción del aperitivo la audiencia esperaba con inquietud la llegada de Camino Cabañas, la candidata del barrio leonés casi con tamaño de ciudad, San Andrés del Rabanedo, flanqueada por el ex presidente José Luis Rodríguez Zapatero. En cuanto hicieron su entrada, el auditorio formado por vecinos del histórico barrio obrero, de inmediato sintieron despejarse el llamado de los jugos gástricos y las acometidas del viento fresco para dar lugar a esa calidez mullida de quien se reencuentra con un amigo.

Sigue siendo tal y como lo quisieron Zerolo, Carma Chacón, Marín y su gran amigo Alonso, quienes ya no están y a quienes tanto extrañamos. 

Sigue siendo como el que nunca pidió que se reprimiese a los que le deseaban la muerte violenta como a su abuelo, en cada 12 de Octubre, frente al rey, a las fuerzas de seguridad y a las Fuerzas Armadas.

Sigue siendo el que al tercer día de gobernar levantó las tropas de la barbarie de rapiña eufemísticamente llamada Guerra de Irak, antes que siquiera se les ocurriese hacerlo a los países más pacifistas de Europa y el mundo,  lo cual precipitó el final de aquella masacre.

Sigue siendo aquel que legalizó el matrimonio de personas del mismo sexo llevando un inmenso analgésico a las almas más doloridas, un antídoto contra el abuso y la discriminación a todos los espíritus justos, a los abusados y discriminados por su elección del objeto sexual, pero también a toda minoría incomprendida, marginada y estigmatizada compuesta de seres humanos cercenados.

Sigue siendo el que puso en vigor la Memoria Histórica para reparar tanto daño y horror, en honor a su abuelo y a la tarea de su padre Rodríguez, un abogado que no ha cesado de reclamar junto a los activistas de AERLE  por los desaparecidos arrojados en zanjas y cunetas en la barbarie fascista desatada tras el golpe de Estado de 1936.

Sigue siendo quien legisló para que menos personas muriesen en la carretera, para que miles de personas se salvasen de padecer enfermedades terribles a causa del tabaquismo, para que miles de personas dependientes sean atendidos con humanismo y solidaridad, creando dos ámbitos en una sola acción, acudiendo en beneficio de los dependientes y no menos importante, al orgullo de una sociedad que se sepa solidaria. 

Sigue siendo el presidente feminista que quitó los candados para que las mejores personas de este país, mujeres y hombres igualitarios formasen del gobierno en el que hubo estricta paridad, favoreciendo que esa dinámica se trasladase a toda la sociedad.

Sigue siendo aquel de talante gracias a cuyos esfuerzos ETA dejó de matar, y que dejó su presidencia con una lista de preocupaciones de la ciudadanía entre las cuales el terrorismo ya no se encontraba en primer lugar, ni en segundo, ni en tercero, sino por debajo del sexto puesto.

Nada menos que el mayor logro de un gobierno español en medio siglo. 

Y lo demuestra aún hoy en su trabajo denodado para conseguir la mayor cuota de no violencia, de paz y de cierre de heridas en el hermano pueblo de Venezuela. 

Sigue siendo al que eligió Sonsoles, una mujer que se alejó de todo foco, que cantaba en coros en el festival de órgano de la catedral de León de incógnito, anónima, sin publicidad (y que con toda seguridad, reconocería un Jaguar de "estrangis" en su garaje). 


Sigue siendo de León y apoyando cada acto de su gente, sigue siendo el que a León debe su templanza y al que su ciudad y toda España deben tanto. Un hombre nomás, una persona sin estridencias, pero con una firmeza indestructible en su decisión de trabajar por el bienestar de las personas y que mantiene intacto su fino sentido del humor, entre piadoso y cáustico.

 

El honor es nuestro.  

 

ZP
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Published by martinguevara - en Europa Aorta
16 mayo 2019 4 16 /05 /mayo /2019 19:28

Unos le decían "El edificio de la tradición" porque casi no se producían divorcios entre los muchos vecinos que allí moraban, y otros, sin más, le llamaban la "Torre del gustito"

Comenzó como empiezan casi todas las cosas que valen la pena, por casualidad. Una tarde un vecino de los altos salía del ascensor cuando entraba una del tercero, explosiva, generosa en todo lo que es menester llevar, ella iba mirando hacia a atrás y su mano se coló en la entrepierna del gratamente sorprendido vecino, por una milésima de segundo pareció que la mano se demoró un poco más de lo que el decoro y las buenas costumbres sugieren, el instante duró tan poco que casi no tuvo existencia, pero desató tanto en miradas, suspiros, aromas, pérdida de noción de espacio y tiempo, aceleración de ritmo, que en la existencia permaneció como eterno.

Una vez volvieron a encontrarse pero ya en sus ensoñaciones de sofá, esos senderos interesados por los que la memoria arrastra a los recuerdos, y decidieron plantear en una reunión que de los tres ascensores, quienes usasen dos de ellos, durante el trayecto tendrían total libertad para tocarse, franelear, besarse y restregarse pero sólo hasta que el ascensor llegase a su destino, no era menester subir y bajar como un acordeón poseso. No pasó mucho tiempo hasta que a raíz de la subida vertiginosa del gasto de mantenimiento y limpieza del habitáculo móvil, tuvieron que acomodar las cuotas de la comunidad, pero se saldó por unanimidad sin un pero ni una queja.

No siempre el o la partenaire era de los favoritos, pero cualquier pasajero servía para llegar a casa sin pensar en la tele, sobre todo porque en el edificio ya se había desarrollado un disfrute de la vida, un optimismo contagioso, y ciertamente una alegría lasciva, nadie salía a tirar la basura en pijama y pantuflas amofetadas, casi cada vez que los andantes subían y bajaban lo hacían enfundados/as en sus pantis, con lencería visible o sin ninguna prenda interior zapatos de tacón, con jeans ajustados, colonias seductores y escotes profundos.

A los solteros los invita al proceso inverso, primero se entonaban en casa con alguno de los medios al alcance y salían raudos al encuentro de la sorpresa que les deparaba esta modalidad para adultos de huevo kínder. Era condición sine qua non tratar al ascensor como tal, por lo que había sido concebido, nunca por lo que se había convertido. No hacer referencia a lo allí ocurrido ni siquiera entre los miembros de la familia, sabían que para mantener la lozanía de aquella felicidad debían distanciar los mundos, el elevador era algo más allá de un compartimento estanco, de un espacio privado, era otra dimensión.

La higiene era fundamental, salir de casa sin una revisión estricta de las ingles, axilas, boca e intimidades más celadas, podía representar un error que lamentar durante largo tiempo, en los edificios los chismes corren como telegramas. 

A veces se llenaba el ascensor con cuatro. Se llegaron a armar exquisitos entreveros que encendían el espacio hasta el piso cinco, luego un trío hasta el nueve y una pareja al veinticinco, y de ahí en más cada uno arribaba a su casa con su cuota de alegría inusual en los demás hogares del barrio, no importaba cuanto tiempo llevasen casados, casi cada noche, día, tarde, en el catre, el sofá, en la cocina o en la ducha, sonaban campanas de fiesta. 

Tal era la fama del Edificio que más allá de los límites del barrio incluso de la ciudad la gente procuraba conocer un vecino afortunado que viviese de la mitad hacia arriba. Todos preferían un café en casa de esos amigos que un asado en el parque, los carteros llevaban las cartas hasta las puertas no se limitaban a dejarlas en el buzón, las visitas de fontaneros, electricistas inspecciones técnicas,  eran permanentes, nada complacía más a los repartidores de los mercados que los pedidos a domicilio de aquel edificio, así como los de correo de paquetería.

Eso sí los noviazgos de los vecinos jóvenes duraban lo que un banquero en un juicio, varios ni se molestaban en formalizar relaciones. Era como si brotase champán de un fuente las veinticuatro horas.

Y si al llegar a casa uno de los componentes de la pareja existía un desnivel de los vapores entre ambos, quien requería un toque de pimentón se daba una escapada de ida y vuelta al bar de la esquina.

Aún así no podía evitarse del todo que se produjesen algunos divorcios, como era el caso de los del primer y segundo piso que casi nunca pasaban de asir con fuerza casi desesperada un pecho o un escroto resignados ante la injusticia de la inmediatez con que se abrían y cerraban las puertas, tanto que incluso en una reunión se abordó la posibilidad de dotar de un freno al ascensor entre la planta baja y el tercer piso aunque se desistió finalmente dados los costes.

También enfrentaban mayores tensiones los de la últimas plantas que a menudo llegaban a sus aposentos descargados y suspirando, aunque a diferencia de los vecinos de las primeras plantas, si se divorciaban ninguno de los dos quería mudarse del edificio, a veces hasta resignaban verdaderos patrimonios para permanecer en la paz de sus alturas, pero por lo general, ante la creciente demanda de aquellos pisos, apartamentos y buhardillas, cuando un matrimonio de las alturas se separaba, con el fin de evitar los constantes llamados al portero eléctrico colocaban esos carteles brillantes y bien visibles desde cualquier punto del barrio: 

 

-No se vende-

 

 

Homenaje a Hopper- Lockwood

Homenaje a Hopper- Lockwood

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Published by martinguevara - en Relax
29 abril 2019 1 29 /04 /abril /2019 17:59

 

Nací el 3 de Mayo de 1963, el día de mi treinta cumpleaños, en 1993 la Asamblea general de la ONU proclamó ese día, el tres de Mayo como Día de Mundial la Libertad de Prensa. Mis dos padres estudiaron periodismo, el viejo no ejerció nunca y mi madre, que tenía más madera de relatora, lo tomó de a ratos y lo fue dejando como se abandonan las cosas muy personales para siempre y jamás. No ejercieron porque entre otras cosas se dedicaron a creer en los dioses del Panteón de la revolución.


Visto con retrospectiva, parece que me educaron para saber molestar,  nunca importé más de un bledo en casa, sin embargo y aunque perdí chorros de posibilidades de albergar en mi pecho una justa cuota de autoestima, nunca me rendí ni dejé de joder, y entre toda esa inmensa pérdida de tiempo, algunos tesoros, preciados, me dediqué a gastar la suela de los zapatos en busca de placeres, amigos, historias, risas, problemas y amor.


No estudié periodismo, sin embargo, a lo largo del tiempo me convertí en cronista necesario de los entornos que presencié, de la gente, los sentimientos, la belleza y tanto el brillo como el óxido de los filos de la daga que descansa en mi costado. Siento que atravesé la vida para hoy poder contarla, para mostrar los dolores de la gente, el lado amable de sus intestinos y la traición. Y lo hice practicando el amor a la libertad, al bien , a los colores pastel y azul marino, a los perfumes, a  la luna y la mesa, la buena música y mis árboles vecinos, esos que tienen algo de mi madera. Por alguna razón la frase que le atribuyen a Orwell acerca de la diferencia de la obsecuencia al poder y el periodismo decente, se hizo carne en mi desde temprana edad.

Soy ateo y escéptico, pero que loco esto de que haya tantos elementos del mismo conjunto dando vueltas alrededor del tres de mayo, de Tauro, de la libertad, la palabra escrita, los sofás, los labios y las tetas mullidas.

Con el as de bastos 

 

As de tauro y de libertad
As de tauro y de libertad

As de tauro y de libertad

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Published by martinguevara - en Relax
27 abril 2019 6 27 /04 /abril /2019 15:56

Última jornada de campaña electoral, un acto en la ciudad, a mis lados dos damas, a mi derecha apetitosa delicia de pelo crespo castaño, ojos chispeantes y bajo el cuello todo lo demás muy bien puesto y perfumado, nos sonreímos.
A mi costado izquierdo veterana jockey de mil carreras, cabello rubio no peinado, ojos alegres, curvas por doquier, no paraba de hablar, su hombro quedó a la altura de mi tríceps, ninguno evitó el contacto mullido, daba vivas al discurso y me miraba, yo miraba a un lado y otro, la de la derecha era una joyita con trufa, la de la izquierda era todo curry, azafrán y grasita con ajo para mojar el pan.
Miré el reloj cuando ya habían pasado veinte minutos de la hora en que debía partir, desde el aire a unos cinco centímetros del suelo donde llevaba una media hora, me giré a la derecha para despedirme una de mis compañeras de metro cuadrado y me sonrió nuevamente diciéndome adiós, luego giré al otro lado casi sin tener que moverme porque nuestros brazos eran uno, y sin mediar el contrato que en el futuro será necesario firmar para establecer cualquier contacto, nos dimos un beso en la mejilla izquierda, y como felizmente en España existe la costumbre de dar dos besos, en el viaje a la otra mejilla pasamos rozando ese espacio íntimo que atesora más tacto que la propia piel, el aterrizaje se produjo a dos milímetros de la comisura de los labios, me asió fuerte contra su cuerpo, no hubo resistencia, tomé su cintura pasé la nariz por detrás de su oreja, aspiré todo el aroma a cuello que podía contener mi tórax resguardado por su pecho viscolastico, nos separamos en medio de los aplausos de la plebe, bajé de esos cinco centímetros y me sometí a la ciudad andando sobre las copas de los árboles bajos, como en los buenos sueños 
interrumpidos.

Mañana al votar, mira a tu derecha, a tu izquierda y tira palante.

 

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